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Addio bail out

pubblicato in data 28 Giu 2013 | Scarica in PDF | Stampa |
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La festa è finita. Grazie ad una convergenza di visione da parte dei Ministri delle Finanze dei 27 membri dell’Unione Europea, adesso inizia l’era del terrore per chi investe in titoli azionari di banche, per chi detiene obbligazioni bancarie e soprattutto per chi detiene ingenti disponibilità in depositi bancari. La decisione presa durante l’ultimo Ecofin ha una portata epocale, il messaggio che si è voluto dare a mio modo di vedere è lodevole: basta con il bail-out e via libera invece al bail-in, che tradotto in lingua comprensibile significa basta con i salvataggi bancari il cui onere viene scaricato indiscriminatamente sui contribuenti: d’ora in avanti infatti a pagare per scongiurare che una banca fallisca saranno prima gli azionisti, seguiti dagli obbligazionisti (con i vari livelli di privilegio e garanzia) ed infine anche i depositanti, chiunque essi siano, imprese ed aziende avvisate. Basta insomma con la pacchia a cuici hanno abituato in questi ultimi cinque anni per cui le banche devono essere salvate ad ogni costo dalla fiscalità diffusa in quanto il costo di un mancato salvataggio impatterebbe molto più pesantemente sull’economia dei costi richiesti ad un paese per il salvataggio in questione. Su questo Lehman docet: alla fine la lezione l’hanno capita a distanza di un lustro.
Quanto è stato siglato dovrà comunque essere anche ratificato a breve dal Parlamento Europeo: non si vedono possibili dinieghi in tal senso in quanto soprattutto dalla Germania vi è grande soddisfazione per il risultato ottenuto. Il Big Plan di Mario Draghi idealizzato lo scorso anno inizia lentamente a prendere forma: l’unione bancaria europea a questo punto non è più tanto solo un sogno ideale. Al fianco di questa decisione si è anche formalizzato l’impegno di creare internamente ad ogni paese un fondo di pronto intervento e liquidazione bancaria con una dotazione iniziale pari allo 0.8% del totale dei depositi garantiti, tale dotazione dovrà inoltre essere demandata allo stesso panorama bancario. La finalità di questo fondo di nuova ideazione consentirà di limitare gli interventi e gli aiuti del European Stability Mechanism il quale manterrà come core mission quella di supporto agli stati e di decongestione sul debito sovrano. Alla fine nonostante i vari proclami e le rassicurazione che abbiamo sentito nel mese di marzo, il caso Cipro ha rappresentato un esperimento embrionale di bail-in che ha consentito di valutare le conseguenze di una soluzione così radicale sia sul piano della credibilità bancaria che su quello della stabilità finanziaria.
La scelta di preferire il bail-in al bail-out produrrà nei prossimi mesi sicuramente dei benefici che mitigheranno la crisi del debito sovrano in quanto eventuali richieste di intervento per salvataggi futuri non potranno essere gestite con il ricorso all’emissione di nuovo debito sovrano o con coinvolgimenti de facto da parte dei singoli governi (pensiamo in Italia alla vicenda di Banca MPS). Sfortunatamente questo impianto regolatorio non sarà tosto adottato, ma si stima che vada a regime per il 2015, quindi con ancora 18 mesi di limbo finanziario, in cui banche in difficoltà potranno effettuare interventi straordinari di risanamento aziendale o implementare piani di deleveraging finanziario al fine di razionalizzare i rischi operativi nel futuro a fronte del continuo deterioramento della qualità del credito precedentemente erogato. I ministri europei hanno voluto inoltre sottolineare come in ogni caso i depositi con giacenza inferiore a Euro 100.000 godranno di una indennità e protezione assoluta e globale nei confronti delle soluzioni bail-in: in questo modo tutta l’Eurozona lentamente si uniformerà ed armonizzerà in termini di garantismo sui depositi sia sul piano qualitativo che quantitativo.
Inizia pertanto anche una nuova era tanto per gli investitori privati che per quelli istituzionali (asset managers e private bankers) in quanto le conseguenze di un bail-in avranno diretta ripercussione sugli investimenti effettuati. Immaginate infatti che ilrischio di insolvenza di un emittente di debito classificato come investment grade (ad esembio una banca con il suo prestito obbligazionario) non rappresenterà più un rischio astratto riportato e descritto sul prospetto informativo, ma diventerà un rischio concreto qualora la banca in questione dovesse attraversare una fase di criticità finanziaria. Sarà doveroso pertanto, anche da parte degli investitori retail, effettuare sempre una approfondita opera di screening sulla solidità patrimoniale, sulla politica di gestione del credito, sulle strategie aziendali e sulla credibilità del management dell’istituto di credito su cui si è deciso di investire (azioni o obbligazioni)  o in cui si è scelto di depositare la proprie disponibilità liquide. Finisce quindi l’era del tutto sicuro e garantito sempre e comunque ed inizia l’epoca delle assunzioni di responsabilitàdiretta da parte dei piccoli risparmiatori ed investitori che si dovranno far carico di monitorare e giudicare l’operato della banca su cui hanno deciso di puntare, pena il rischio oggettivo di incorrere in ingenti perdite su prodotti bancari un tempo tutelati e garantiti dallo Stato.

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