QUOTAZIONI ALTERATE

pubblicato in data 16 Nov 2017 | Scarica in PDF | Stampa |
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Recentemente Jean Claude Trichet, in qualità di ex presidente della BCE, ha dichiarato ad un quotidiano finanziario in Svizzera che i mercati finanziari sono più vulnerabili e fragili rispetto al 2008. L’origine di quella crisi finanziaria è attribuibile ad un eccesso di debito privato di bassa qualità, unito ad una mancanza di regolamentazione e vigilanza sul modus operandi delle istituzioni bancarie e finanziarie che permise il propagarsi del contagio finanziario. Vi consiglio di vedere e rivedere fino alla nausea lo straordinario film The Big Short (in italiano La Grande Scommessa) che descrive minuziosamente con fatti reali quello che accadde tra il 2005 ed il 2008. Ci sono voluti cinque anni per stabilizzare l’economia mondiale grazie agli interventi di salvataggio e le politiche monetarie espansive delle grandi banche centrali al mondo (FED, BCE, BOE, BOJ e PBOC). Successivamente a questo primo lustro ne abbiamo avuto un secondo che ci ha portato ai giorni nostri (2013-2018) caratterizzato da una ripresa della crescita economica reale e ad un imponente rally sui principali mercati azionari ed obbligazionari che è considerato il più vigoroso bull market degli ultimi decenni. Ci hanno detto che la durata di un ciclo economico ora è mutata e non rientra più all’interno dei sette/otto anni canonici. Il mercato è mutato per numerose variabili che prima non avevamo: politiche monetarie espansive, mercati più vicini ed interconnessi tecnologicamente, capitali che si spostano con maggior facilità e ovviamente risveglio dell’Asia con tutto il suo potenziale di consumo.

Ciononostante chi opera professionalmente sui mercati finanziari impara a preoccuparsi proprio quando tutte le campane suonano a festa, quando si conseguono record su record e quando soprattutto il main stream è all’unisono molto ottimista. Così è stato l’anno prima del 1987, del 2000 e nel 2008. E proprio come appare ora nel 2017. Proviamo a spiegare la portata del rischio finanziario che contraddistingue questo momento. Abbiamo una conclamata divergenza sulle politiche monetarie tra States ed Europa, una Cina che deve gestire sia l’elevato stock di debito privato che l’eccesso di capacità produttiva, ma soprattutto una assenza sorprendete di inflazione. Gli stimoli monetari dei noti programmi di quantitative easing hanno prodotto tre spiacevoli side effects: in prima battuta hanno portato il livello dei tassi interbancari e dei depositi a zero, in secondo luogo hanno innalzato le quotazioni delle obbligazioni governative al punto da conseguire ritorni negativi per il debito di migliore qualità ed infine hanno assopito ed anestetizzato i mercati azionari contraddistinti da una volatilità ai minimi storici. Ora per comprendere soprattutto questo ultimo tema, considerate che nei mercati finanziari quando la volatilità è molto elevata allora la probabilità di ottenere un profitto dall’apertura di una posizione lunga è significativamente elevata. Viceversa ovviamente il contrario. Se state monitorando l’andamento dell’indice S&P500 da quasi un anno noterete un movimento lento, inesorabile e sistematico che lo spinge continuamente all’insù. Record dopo record. Lo stesso vale anche per gli altri due fratelli: il Nasdaq ed il DJ.

Il mercato ha sempre ragione, imparavi a dire dieci anni fa. Se gli indici salgono, significa che le prospettive di utili attesi in aumento sono credibili e poggiano su fondamentali. Il mondo sta cambiando in fretta, siamo in piena rivoluzione industriale, Trump taglierà le tasse, la disoccupazione americana è ai minimi storici degli ultimi vent’anni, l’America ha una salute finanziaria strepitosa, e così via discorrendo. Questo è quello che si può leggere dalla stampa di settore: stiamo bene, le aziende stanno bene, si fanno più utili e pertanto gli indici salgono. Il mercato non ha sempre ragione, anzi, spesso si sbaglia più di quello che si creda in quanto è un luogo astratto in cui si incontrano avidità e stupidità provenienti da tutto il mondo. Le quotazioni di azioni ed obbligazioni sono ormai quasi universalmente riconosciute come alterate per l’operato delle banche centrali, per i programmi di buyback delle società quotate e per le strategie di short selling sulla volatilità. Provo a spiegarlo senza incorrere a tecnicismi. La liquidità a buon mercato messa a disposizione dai banchieri centrali ha permesso alle aziende quotate di indebitarsi a tasso zero per effettuare operazioni di buyback societario. Significa che una società quotata acquista individualmente le sue stesse azioni sul mercato con il fine di diminuire il flottante in circolazione e quindi aumentare con un artifizio contabile lo yield (dividendo percepito da ogni azione). Questa operazione è possibile proprio perchè i tassi sono negativi o prossimi allo zero. Questi acquisti strategici vengono effettuati alla prima occasione di ribasso delle quotazioni, in questo modo si sorreggono e stampellano le quotazioni con ulteriori manipolazioni.

Dal 2009 negli States sono stimati in oltre 4 trilioni (quattromila miliardi) di dollari i programmi di buyback societario. Gli effetti dei programmi di buyback hanno prodotto un abbassamento della volatilità: solo venti grande aziende sono responsabili di ¼ della variazione della volatilità. Fatalità proprio le stesse che si sono indebitate ai tassi di favore del QE. La volatilità nel frattempo si è convertita in un asset class su cui investire (altra follia umana). Provate a vedere infatti quanti fondi ed ETF investono in volatilità soprattutto strategie di short selling ossia si assume una posizione corta sull’indice di volatilità confidando che quest’ultima continua a scendere proprio grazie ai suddetti programmi di buyback azionario. Si stimano in circa 1.5 trilioni gli attivi con esposizioni corte sulla volatilità. A comprimere ulteriormente verso il basso l’indice di volatilità ci hanno pensato anche le banche centrali che hanno garantito tutto e tutti nei precedenti anni ed hanno sostenuto la quotazione delle obbligazioni, sterilizzando anche in questo caso la volatilità nel mondo obbligazionario. Praticamente è come vendere una put senza detenere il sottostante confidando che tanto la volatilità continuerà a scendere e quindi la strategia a performare. L’attuale bull market è basato su due illusioni: primo, che gli utili stanno aumentando (grazie ad una manipolazione contabile) e secondo, che la volatilità rimarrà sempre in una zona di confort. Mi ricorda il 2007: il mercato immobiliare è sempre in trend rialzista, sappiamo come è finita dopo. Come dicevamo prima, l’unico assente è l’inflazione che sembra tardare a presentarsi. Il trigger event pertanto che porrà fine a questa mistificazione si ritiene che sarà sprigionato proprio da questa variabile finanziaria che obbligherà ad un veloce rialzo dei tassi di interesse (contrariamente a quanto è sempre stato comunicato) e produrrà l’ennesimo cataclisma finanziario. Storicamente infatti, la scintilla è sempre partita dai tassi.

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