Facebooktwittergoogle_pluslinkedinyoutube

THE AMERICAN DREAM IS OVER

pubblicato in data 23 Mar 2006 | Scarica in PDF | Stampa |
Invia a un amico
image_pdfimage_print

L’american dream è finito. Il sogno americano a cui milioni di persone hanno ciecamente aderito ha iniziato a dimostrare tutta la sua fugacità ed evanescenza, quasi come fosse una ridicola moda passeggera. Il sogno americano sta ormai producendo l’esatto opposto di tutto quello che aveva inizialmente promesso: malessere sociale e povertà endemica. Il sogno americano di tutti ricchi e benestanti è ormai un inquietante ricordo di quel periodo trendy che è stato lo yuppismo dilagante di fine secolo scorso: le conseguenze ormai devastanti sul piano socioeconomico e difficilmente rimediabili senza sacrifici pesantissimi, sono ormai incontrollabili, ma soprattutto solo all’inizio della loro prima fase di metamorfosi: la crisi della terza settimana ne è un esempio palese. Lo scenario planetario ormai delinea un vero e proprio mutamento epocale senza precedenti, un mutamento che presuppone per la prima volta nella storia della nostra civiltà occidentale un grado di povertà, disagio e malessere sociale delle attuali giovani generazioni inferiore a quello delle generazioni che le hanno preceduto: in buona sostanza i figli vivranno in uno stato di precarietà ed inquietudine economica superiore rispetto a quella dei loro stessi padri. Per la prima volta sono i genitori che devono sostenere i propri figli anche in età adulta e non più il contrario. Che la mattanza abbia inizio quindi: a cominciare dai polli. Ma non per quei poveri pennuti bipedi macellati negli allevamenti intensivi, quanto piuttosto per tutti quei nuovi morti di fame in giacca e cravatta con una occupazione a singhiozzo, finanziariamente agonizzanti per essersi indebitati con un mutuo al cento per cento per acquistare uno squallido bilocale in qualche degradata periferia suburbana. Questa nuova classe sociale è un fenomenale prodotto del turbocapitalismo multinazionale, direi quasi un sottoprodotto di scarto mal riuscito e non calcolato a tavolino.
I nuovi polli da spennare e da macellare senza alcuna pietà. Povero Titanic Italia: i tuoi portavoce sono ormai ridotti al livello di meri replicanti mediatici o politici primedonne che stanno girando il più grande reality show mai prodotto e profumatamente strapagato con il denaro dei contribuenti italiani. Più che forze politiche, sarebbe opportuno chiamarle farse politiche. Povero Titanic Italia, il tuo freno a mano tirato con quei sei punti percentuali di PIL necessari solo per pagare gli interessi sul debito pubblico (ai tassi attuali) annientano ogni migliore speranza di un futuro senza sacrifici. Il volano del Miracolo Italiano caricato e messo in moto alla fine degli anni 60 attraverso la ammirevole trasformazione industriale del paese ha consentito a gran velocità il raggiungimento di livelli di benessere e prosperità che tutto il mondo ci ha invidiato. Adesso con quella stessa velocità ci stiamo impoverendo e depauperando grazie al diabolico contributo apportato anche dal cancro terminale del Titanic Italia: il suo sistema bancario. A tutta velocità siamo diretti verso un muro. Il muro del pianto. Il muro su cui infrangere le speranze e le aspettative di queste giovani generazioni di ragazzi e ragazze italiani, svenduti ed abbandonati proprio come i posti di lavoro che un tempo avrebbero dovuto ereditare od occupare, ma che ora grazie alla compiacenza politica delle attuali farse politiche di Roma (tranne la destra sociale) vengono spudoratamente regalati a paesi feccia come la Cina e l’India. Se ci fosse in Parlamento qualcuno a cui stesse veramente a cuore il destino ed il benessere del Popolo Italiano, non ci penserebbe due volte a bandire l’ingresso di prodotti provenienti dai paesi extracomunitari. Ma tutto questo non avviene.
L’idea nazionalistica, quasi patriottica, di tutelare i propri confini ed il benessere delle proprie genti soccombe innanzi a quello del capitalismo disinibito creatore di flessibilità (o per meglio dire precarietà) nel mondo del lavoro e competitività (o per meglio dire delocalizzazione) nel mondo delle produzioni industriali. Con la scusante di questo liberismo economico, a tutti i costi e sopra tutti i costi, si sta compromettendo il benessere e la capacità di poter pianificare il futuro ad intere giovani generazioni di ragazzi italiani, intere generazioni di laureati e diplomati ridotti a fare i centralinisti dei call centre o i piazzisti per qualche azienda globalizzata, con l’unica conseguenza di consentire la nascita di una nuova forma di schiavitù legalizzata nel terzo millennio. Povero Titanic Italia, le tue genti proprio come i passeggeri di quella mal condotta imbarcazione sono ormai finiti. Finiti dalla morsa opprimente dei debiti contratti per sopravvivere o per circondarsi di beni superflui imposti dal bombardamento mediatico della globalizzazione. Il sogno americano ha prodotto una diabolica mutazione: per la prima volta è il popolo a preoccuparsi di chi si insedierà nei banchi di Roma con la prossima infornata elettorale. Siamo veramente arrivati al capolinea. Dovrebbero essere i governi a temere il popolo per cui fa gli interessi, e non il contrario. Con i fulmini e tempeste, io cavalcherò.

Iscritivi alla Newsletter

EVENTO IN EVIDENZA

image_pdfimage_print

WEBINAR

LA TUA PENSIONE
QUANDO > 21/01/2017
DOVE > YOUR TABLET
INFORMAZIONI  ED ISCRIZIONI
Vedi Tutti

rivediamoli

1
2
3
4
5