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BURDEN SHARING

pubblicato in data 29 Dic 2016 | Scarica in PDF | Stampa |
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Nessuno ha pagato per il disastro MPS. Si chiude tra qualche giorno il 2016, l’anno che sarà ricordato come orribile per tutta l’industria bancaria italiana e per quanto causato direttamente ad azionisti ed obbligazionisti. Solitamente dai propri errori si può imparare molto in modo da evitare in futuro di commettere nuovamente gli stessi sbagli. Questo forse vale per tutto il mondo ma non in Italia. Conclusasi l’esperienza disastrosa del Governo Renzi, un ex primo ministro che ha imballato per un anno tutta la nazione con farisaiche illusioni inconcludenti, a distanza di un anno dal Decreto Salva Banche (ricordiamo ancora Banca delle Marche, Banca Etruria, Cassa di Risparmio di Ferrara, Cassa di Risparmio di Chieti), il Paese alla guida di un altro governo a marchio PD ripropone l’ennesima soluzione temporanea volta ad impedire lo stato di insolvenza di Banca MPS. Ricordiamo che il Ministro dell’Economia che ha dato il suo benestare durante i mille giorni di Renzi è stato pienamente riconfermato con il nuovo (si fa per dire) Governo Gentiloni. In dodici mesi tutto il panorama bancario italiano è stato messo sotto assedio sia dai mercati che dalle istituzioni di vigilanza che dalle nuove impostazioni di governance (abbandono del voto capitario nelle banche popolari cooperative). Sostanzialmente ci ritroviamo ad iniziare il nuovo anno con problematiche e pericoli notevolmente più amplificati rispetto allo scorso anno, dopo aver visto in rassegna durante questo lasso di tempo anche la caduta coreografata di giganti dai piedi di argilla: Popolare di Vicenza e Veneto Banca, salvate dal Fondo Atlante con un dissimulato bail-in.

Adesso l’attuale governo propone un nuovo espediente, più che altro un intervento fuori tempo massimo, il fondo dei fondi con una dotazione iniziale di 20 miliardi attinti direttamente da un innalzamento del debito pubblico. Questo nuovo fondo dovrà subito tamponare l’emorragia in MPS, sottoscrivendo quasi interamente l’aumento di capitale sociale necessario a preservare i quozienti di solidità e solvibilità imposti dalla BCE. Poco importa se quest’ultima ha quasi raddoppiato la dimensione di raccolta di nuovo capitale di rischio per la banca senese, passando dai cinque miliardi della scorsa settimana ai quasi nove richiesti ora sulla scorta dell’ingresso dello Stato come sottoscrittore di ultima istanza. Il 2016 ci ha insegnato molto sulla BRRD ossia la Banking Recovery and Resolution Directive: il nuovo impianto normativo che istituisce la procedura di bail-in, tanto ostracizzata durante il corso dell’anno dai media e dalle comunità finanziarie. Infatti questa direttiva in Italia si applica a seconda dei casi. Nel caso in cui infatti siano coinvolti obbligazionisti subordinati della banca in questione e tali soggetti siano per la stragrande maggioranza anche elettori del PD (vista la collocazione geografica della banca ed il legame con il medesimo territorio del precedente leader di governo) allora a fronte di quanto esposto è possibile evitare l’applicazione del bail-in. Sostanzialmente tutto quello che ci era stato detto nell’ultimo anno che si deve evitare di far pagare al contribuente gli errori di una mala gestione bancaria chiamando invece a pagare direttamente tutti gli stakeholders (azionisti, obbligazionisti e correntisti) rappresenta un caso di concreta inapplicabilità.

Il Governo Gentiloni proponendo il nuovo fondo salva banche (Decreto Salva Risparmi) evita di ricorrere anche ad una possibile soluzione di burden sharing quella che sino a qualche decina di giorni fa veniva ventilata. Questo termine tradotto letteralmente dall’inglese significa condivisione del gravame oppure anche suddivisione del fardello. Dal punto di vista pratico nella precedente proposta avallata dallo stesso consiglio di amministrazione della banca, qualora non si fosse riusciti a sottoscrivere in toto il nuovo aumento di capitale sociale (cinque miliardi entro il 21 dicembre), stuzzicando l’appetito anche a grandi investitori istituzionale come il Fondo Sovrano del Qatar, allora il residuo sarebbe stato captato mediante la conversione forzosa in azioni ordinarie delle obbligazioni subordinate in circolazione detenute dal pubblico retail (leggasi elettori del PD per la maggior parte dei casi) a condizioni da determinare in itinere. Il burden sharing avrebbe in tal senso evitato l’intervento dello Stato come salvatore di ultima istanza. Con la strada intrapresa invece abbiamo visto che non paga nessuno. Almeno non direttamente, mentre indirettamente paghiamo tutti: la stima in oneri finanziari sotto forma di interessi passivi su 20 miliardi di debito pubblico aggiuntivo sono quantificati ad oltre 500 milioni di euro in tre anni che verranno recuperati sottraendo risorse dedicate ad alcuni dipartimenti ministeriali. Alla fine qualcuno paga, in un modo o in un altro. Per buona sorte di chi governa, siamo nel mezzo di rilevanti festività che distolgono l’attenzione sia dai fatti di cronaca politica che finanziaria di tutti i giorni.

Qualcuno potrebbe pensare che almeno così finalmente ci abbiamo messo una pietra, non tombale tuttavia. Moniti che evidenziano l’insufficienza della misura in termini quantitativi in queste ultime ore sono in costante aumento: dopo il governo germanese, sono arrivati anche i primi outlook delle agenzie di rating che manifestano la loro perplessità circa la strada intrapresa. Il messaggio che infatti che si vuole far trapelare è che in Italia nessuno paga, né il management, né gli stakeholders e soprattutto né la politica, perchè per tutti ci sarà sempre un paracadute pronto a salvarli. In un precedente editoriale avevo proposto l’istituzione del Fondo Zeus, in sostanza un altro Fondo Atlante, la cui disponibilità finanziaria sarebbe stata costituita da un prelievo forzoso sui depositi di tutti i correntisti italiani (solo persone fisiche) senza limiti di franchigia a cui tuttavia sarebbero state assegnate azioni della nuova public holding company per un importo nominale pari al prelievo forzoso subito. In questo modo si sarebbero ricavati fondi a disposizione per la ricapitalizzazione forzata di numerose banche italiane senza impattare sulla fiscalità diffusa e presumibilmente consentendo al correntista retail di poter ottenere un beneficio a distanza di qualche anno. Gli eventuali conflitti ed incompatibilità con la MIFID abbiamo visto che sono facilmente superabili quando si tratta di soluzionare il potenziale default di un istituto di credito. Mi allegro per le congratulazioni che mi hanno inviato alcuni docenti universitari i quali a loro volta faranno presenti ai loro referenti politici questa ipotesi di lavoro per ulteriori interventi nel futuro. Nel frattempo noi aspettiamo la fine del 2016 e l’inizio del 2017 nella consapevolezza che nuove sfide e rischi ci attendono appena girati l’angolo.

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