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DANKE BREXIT

pubblicato in data 7 Set 2017 | Scarica in PDF | Stampa |
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Ormai è passato più di un anno dal referendum consultivo del 23 Giugno 2016 con il quale si chiese alla popolazione britannica se desiderava uscire dall’Unione Europea. Si pensava che le sorti dell’Unione Europea ormai avessero i mesi contati soprattutto in vista delle presidenziali francesi l’anno successivo, si pensava che il Regno Unito avrebbe potuto fare un salto quantico grazie alla rottura con le autorità sovranazionali europee, si pensava che Londra avrebbe messo il turbo diventando una nuova piazza finanziaria offshore per i ricchi europei, si pensava che il Regno Unito con la propria sterlina desse dimostrazione al mondo intero che soli è meglio e che l’Europa rappresentava solo una catena al collo o una palla al piede con tutte le sue pretese e vessazioni burocratiche. Con i dati a consuntivi sul primo semestre del 2017, il Regno Unito se la passano molto male: crescita asfittica appena lo 0.2% del PIL, la più bassa al mondo nelle economie avanzate, nemmeno la Grecia fa cosi male, sterlina in affanno con tutte le principali divise mondiali tanto da arrivare a perdere oltre il 20% contro la moneta unica, inflazione con il turbo a quasi il 3% (moltissimo se rapportato agli altri paesi occidentali) che produce un effetto di impoverimento a tutti i soggetti che hanno salari e stipendi al palo da anni e ulteriori rischi di vedere Londra trasformarsi nella Detroit d’Europa nei prossimi anni se non si farà marcia indietro. A distanza di un anno tuttavia abbiamo con certezza un vincitore qualcuno che può dire che la Brexit conviene e con essa ci guadagnerà oltre ogni limite: stiamo parlando di Francoforte.

La capitale finanziaria di Germania è infatti la grande beneficiaria finale della Brexit. Almeno quindici grandi banche internazionali hanno annunciato nei mesi passati che si trasferiranno da Londra a Francoforte senza tanto aspettare il valzer istituzionale che andrà in scena tra il governo inglese e quello europeo. Non ci sarà solo Francoforte, ma anche Parigi, Dublino, Madrid e Milano che ringrazieranno gli inglesi, tuttavia sarà proprio Francoforte che accoglierà il maggior numero di traslochi bancari. Francoforte è l’unica città al mondo in cui hanno sede due banche centrali, quella tedesca e quella europea senza dimenticare la Borsa di Francoforte che rappresenta il terzo mercato borsistico mondiale. Sostanzialmente si sposteranno quasi i 2/3 delle banche inglesi, che hanno già ricevuto un primo blessing all’insediamento dal Frankfurt Main Finance, la lobby che rappresenta tutto il comparto finanziario della città tedesca. Hanno confermato la loro prossima presenza le seguenti istituzioni: Citi Bank, Morgan Stanley, JP Morgan, Goldman Sachs, Standard Chartered, UBS, Nomura e persino la russa VTB Bank e la sudcoreana Woori Bank. Andranno invece a Dublino rispettivamente Barclays, Bank of America e Credite Suisse e la altezzosa HSBC (un tempo la banca più grande del mondo) si sposterà invece a Parigi. Al momento rimangono ancora alla finestra Madrid e Milano che probabilmente si dovranno accontentare di entità finanziarie di prestigio inferiore (a Milano inizialmente si doiveva spostare l’EBA – European Banking Authority – ma alla fine ha anch’essa preferito Francoforte).

La scelta di Francoforte per i maggiori players finanziai mondiali non è casuale: stiamo parlando della capitale finanziaria di uno dei maggiori esportatori del pianeta, una città che è anche un prestigioso polo tecnologico e industriale, senza dimenticare il fatto che la Germania gode di un rating finanziario e creditizio di massima qualità (AAA) che non è stato intaccato dalle conseguenze della crisi finanziaria del 2008 e sue conseguenze. Nella città tedesca si è con il tempo formato un completo ecosistema finanziario: autorità finanziarie europee e tedesche convivo assieme da quasi due decenni, senza dimenticare tutte le varie tipologie di attori secondari necessari alla vita di questo mondo (advisor, auditor risk managers, anti money laundering authority e cosi via). Questo successo conseguito non è frutto del caso: dalla seconda metà del 2016 il governo tedesco si è messo in moto con una campagna di marketing dieci e lode andando a bussare la porta di ogni banca di Londra con lo scopo di convincerle a trasferirsi a Francoforte garantendo aiuti, incentivi e soprattutto totale disponibilità per tutte le pastoie burocratiche (proprio come in Italia). Hanno addirittura aperto un ufficio di promozione a Londra per facilitare il tutto: della serie vengo io da te per aiutarti. Angela Merkel ha lavorato sempre dietro le quinte per non suscitare invidie con gli altri premier europei, tuttavia il dictat emanato era teutonico: devono venire da noi. Punto. Il bottino sul tavolo infatti non ha eguali: almeno 10.000 dipendenti da spostare da Londra a Francoforte tra tutte le banche interessate (e non stiamo parlando di disperati che arrivano in gommone con niente in tasca).

Considerando anche l’indotto si arriva a quasi 30.000 persone, senza dimenticare i 2.000 miliardi di attivi finanziari che si sposteranno dalla capitale inglese: stiamo parlando di un fiume in piena di denaro che impatterà super positivamente per l’economia tedesca. Immaginate invece l’effetto boomerang per il Regno Unito in cui un quarto del PIL si produce dentro un kilometro quadrato (la City di Londra). Più dura sarà la Brexit (ancora in altomare con i negoziati da parte del Governo May) più la Germania ci guadagnerà: infatti più limitazioni ci saranno in Regno Unito, più persone vorranno andarsene identificando proprio la Germania come la nuova Mecca. Fenomeno che già si sta verificando da mesi ossia si ripianifica la propria vita professionale ed imprenditoriale nella consapevolezza che l’incertezza attuale è troppo pericolosa, pertanto meglio muoversi in tempo visto che non sussistono vincoli agli spostamenti di capitali e persone in questo momento. A distanza di un anno i britannici comunque stanno metabolizzando il Bregret ossia il Brexit Regret che tradotto significa il rimpianto per la Brexit. Stiamo parlando della maggioranza che oggi ritiene il voto dello scorso anno un gesto di follia del paese e sogna di poter rivotare per annullare quella decisione. Il quadro che si sta delineando fa emergere un Regno Unito in profonda crisi non solo economica ma soprattutto politica. Adesso ci si rende conto che la retorica populista dello UKIP antecedente il voto assomiglia alla melodia del pifferaio magico che conduceva i topi giù per il burrone. Stiamo a vedere se le elezioni politiche tedesche di settembre permetteranno di rimescolare le carte agli inglesi oppure se daranno definitivamente il colpo di grazia.

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