IL PARADIGMA MONDIALE

pubblicato in data 22 Mar 2018 | Scarica in PDF | Stampa |
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In sociologia si utilizza il termine paradigma per rappresentare un modello di riferimento o anche un insieme di regole che si utilizza per soluzionare determinati problemi. In ambito macroeconomico possiamo dire che stiamo assistendo alla nascita di un nuovo paradigma mondiale ossia la formulazione di nuovi enunciati che ci consentano di spiegare l’evoluzione della realtà a noi circostante. Ovviamente parliamo di realtà economica e socioeconomica. Partiamo come sempre per gradi: nonostante la turbolenza finanziaria che ha caratterizzato i mercati azionari (ed anche quelli del mondo cripto) ad inizio anno che ha esacerbato l’animo degli operatori di borsa, per il 2018 ci si aspetta una crescita mondiale positiva, ma modesta. Quando ci guardiamo attorno ci rendiamo conto di vivere in pieno fermento industriale e sociale: difficile non comprendere che sono in atto cambiamenti strutturali di portata epocale che modificheranno per sempre il nostro stile di vita ed anche il nostro stesso modo di lavorare. Pur tuttavia innanzi a questa tracotanza tecnologica che produce innovazione ogni giorno, distruggendo e ricreando tutto quello che ci aveva dato conforto sino a poco tempo fa, il quadro clinico dell’economica mondiale non appare particolarmente pimpante, anzi direi che potremmo definirlo fiacco e quasi anemico in taluni casi. Nel migliore delle ipotesi avremo una crescita mondiale a consuntivo per il 2018 del 3.7% superiore di appena lo 0.2% rispetto al 2017.

Questo nonostante il nuovo impulso alla crescita degli States in seguito alla Riforma Fiscale di Trump, alla stabilizzazione della decrescita cinese, ad un moderato rialzo del prezzo del petrolio (che rende più forti finanziariamente i paesi che lo esportano) ed un sempre presente rischio di conflitto termonucleare globale tra USA e Korea del Nord. Nel 2007 (epoca pre-crisi) la crescita mondiale si attestava al 5% e nel 2010 al 4%: cosa è accaduto pertanto in dieci anni che ha ridimensionato il potenziale di crescita mondiale, soprattutto se consideriamo anche gli imponenti programmi di stimolo monetario che hanno caratterizzato gli ultimi anni. Abbiamo cinque nuovi driver che ci aiutano a comprendere questo nuovo paradigma mondiale. Partiamo dal primo: troppo debito. Le dimensioni degli stock di debito (privato e pubblico) ormai hanno abbondantemente superato il 300% del PIL mondiale: nazioni un tempo virtuose ora si avvinano alla soglia del dolore (rapporto debito/pil prossima al 100%). Il debito è come il fumo, nuoce gravemente alla salute. Un paese troppo indebitato deve destinare elevate risorse finanziarie al pagamento degli interessi, per questo motivo esiste il coefficiente di oppressione finanziaria (4%): quando gli oneri finanziari sono prossimi al 4% del PIL diventa veramente difficile crescere senza sacrificare welfare e spesa previdenziale. Il secondo driver è l’invecchiamento: il numero di anziani è costantemente in crescita anno dopo anno in rapporto alla popolazione complessiva mondiale. Solo nel 2020 si stimano più anziani che bambini, vale a dire che il numero degli over sessantacinque sarà superiore a quella dei bambini sino a cinque anni.

Una popolazione mondiale in percentuale più anziana rispetto a dieci anni è meno produttiva e meno improntata al consumo nel suo complesso. Pensateci un attimo: al ventenne serve tutto, auto, casa, vacanze, divertimento, tecnologia, istruzioni e cure per i figli, mentre al settantenne servono servizi di assistenza sanitaria e sussidi previdenziali che sono a carico (solitamente) della fiscalità diffusa, la quale opprime la crescita per definizione. Dal 2015 hanno iniziato ad uscire dal mondo del lavoro i baby boomers, persone che hanno potuto contare sulle migliori condizioni e tutele salariali della storia umana e questo ha consentito loro di vivere con standard di vita decisamente più elevati rispetto alle generazioni precedenti e successive. Il terzo driver è rappresentato dalla amazonizzazione vale a dire l’estinzione di quasi tutti i piccoli operatori retail per condizioni di dominanza assoluta di mercato, quasi come se si trattasse di un monopolio. Questo ostacola e limita fortemente la creazione della ricchezza in senso trasversale, ma soprattutto limita la concorrenza e opprime il libero mercato, condizione naturale per enfatizzare la crescita economica in senso assoluto. Quarto driver: il gender gap vale a dire la differenza di retribuzione economica tra uomo e donna. Vi invito a non perdere il prossimo post incentrato su questa specifica tematica. In questi ultimi dieci anni è aumentato significativamente il numero di donne entrate sul mercato del lavoro rispetto al precedente decennio. A parità di mansione la donna è pagata generalmente meno rispetto all’uomo.

Tale differenza è molto accentuata in alcuni paesi (Italia per esempio) e molto meno invece in altri (quelli scandinavi): questo produce a parità di posti di lavoro assegnati ed occupati in luogo della controparte maschile, un minor reddito netto spendibile per singolo lavoratore ovviamente se femmina. Una minor disponibilità di spesa per definizione apporta un minor apporto alla crescita. Infine il quinto driver: la digital economy. Per quanto possiamo condividere e osannare tutta questa esuberanza tecnologica che sta sconvolgendo il mondo, si può andare dal clouding ai cashless payment, non vi è ancora alcuna evidenza in dottrina che possiamo richiamare per darci conforto sul piano occupazionale. Questo nuovo mondo che sta avanzando elimina o distrugge senza tanta diplomazia i posti di lavoro che considera obsoleti, e non ne consente la totale sostituzione. Significa che molti vengono espulsi dal mercato del lavoro e magari a fronte di una modesta formazione professionale sono costretti a riciclarsi accettando altri mestieri o posti di lavoro che sono tipicamente atipici (lavoro a chiamata o interinale). In molte nazioni i livelli occupazionali sono aumentati anche a prescindere dall’impatto della digital economy ma hanno prodotto esclusivamente l’aumento dei lavori tipicamente atipici che quasi sempre sono mal pagati e non consentono di programmare il proprio percorso di vita (difficoltà a contrarre un mutuo, impossibilità di effettuare una vacanza, incapacità di risparmio). Il nuovo paradigma mondiale così come enunciato impatta anche nel mondo delle rendite finanziarie (pensioni ed investimenti personali) in quanto una crescita modesta con ridotta inflazione permette di offrire strumenti finanziari a basso rendimento che a loro volta diminuiscono il reddito netto disponibile a parità di stock di capitale investito.

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