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QUESTIONE DI DIMENSIONI

pubblicato in data 6 Lug 2017 | Scarica in PDF | Stampa |
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Se torniamo indietro di vent’anni quando l’idea di una Unione Europea e di una moneta in comune tra tutti i suoi stati componenti era ancora in gestazione, scopriamo con grande sorpresa che la nazione più europeista ossia quella più desiderosa di adottare questo nuovo conio condiviso con molte altre nazioni europee era proprio il nostro Paese. Sostanzialmente durante la fine degli anni novanta gli italiani erano in Europa la popolazione più entusiasta della moneta unica e desiderosa della sua implementazione in tempi ristretti. Si può dire per semplicità che gli italiani erano il paese più europeista, addirittura molto più dei germanesi. A distanza di due decenni questo quadretto è stato completamente ribaltato: vale a dire che oggi in seno alla UE, i paesi più critici sono l’Italia, seguita addirittura dalla Grecia. Parlare di Euro e di Europa ad un italiano che rappresenta la media della popolazione equivale a sentirsi dire un profluvio di imprecazioni e denigrazioni, tutte rivolte alla moneta unica come unico e principale responsabile del declino sociale ed economico italiano. Ne abbiamo parlato diffusamente su Apocalyps€uro assieme a Gianluca Versace: raffreddando gli animi ed analizzando senza emotività il quadro macroeconomico complessivo esistono elementi oggettivi che ci possono far dichiarare l’euro l’unico responsabile del nostro attuale stato di rovina ? Non voglio passare per il difensore della BCE, del QE e della moneta unica, tuttavia in questi ultimi anni a fronte di riscontri continui sia con il mondo politico italiano che con quello imprenditoriale ho iniziato a chiedermi se effettivamente non stia andando in scena la tipica sceneggiata napoletana da parte della popolazione italiana. Ovunque e trasversalmente mi sento dire che è tutta colpa dell’euro, la moneta unica ci ha portato alla rovina, non se ne può più dell’Europa, siamo schiavi di un’establishment sovranazionale che decide tutto e per tutti.

Proviamo a mettere a fuoco il tutto, confidando di avere la vostra attenzione e soprattutto la vostra lungimiranza nel giudicare il tutto con un approccio possibilmente oggettivo. In questi ultimi due anni abbiamo avuto tre episodi eclatanti in ambito politico che avrebbero potuto dare il colpo di grazia all’euro ed all’Europa: il primo è avvenuto nel 2015 con la pantomima greca (che sembra essere andata nel dimenticatoio), il secondo lo scorso anno con il Regno Unito che ha votato per andarsene dalla UE (almeno questo era l’intento), la terza invece con la Francia giusto qualche mese fa, che avrebbe potuto rompere queste catene al collo ed alle mani, il cui voto invece ha prodotto un risultato esattamente opposto ossia Europa Uber Alles ed Euro Nothing Compares You. Il voto francese è stato analizzato in più occasioni e va decisamente contro il pensiero e la cultura media italiana. Recentemente lo stesso UK ha dovuto far marcia indietro sulla Hard Brexit tanto sbandierata da Theresa May, della serie “scusate stavamo scherzando” perchè questo è quello che emerge dal recente impasto di governo. Molti analisti ritengono a questo punto che la stessa Brexit possa essere messa completamente in discussione nei prossimi anni per le ovvie pressioni ricevute dall’establishment finanziario inglese. Lo hanno chiamato Brexit Regret vale a dire il rimorso di aver votato per l’abbandono della UE lo scorso anno, in buona sostanza molte persone (parliamo di milioni di britannici) se potessero rivotare, manifesterebbero un desiderio completamente diverso ossia rimanere nella UE. Come si spiega allora il fatto che alcune nazioni a cui è stata data la possibilità di provare ad abbandonare l’euro e questa Europa, se ne siano guardate bene dal farlo sul piano pratico e formale (Atene, Parigi e Londra insegnano). Questione di dimensioni. Proviamo a spiegarlo con semplicità senza appesantire la narrazione con cifre, statistiche e richiami alla teoria economica.

Ad esempio, in Italia il principale assunto che viene sbandierato al vento ad ogni tribuna politica è sempre lo stesso mantra: ritorniamo indietro, riprendiamoci la lira, ripristiniamo la cosidetta sovranità monetaria e usciamo da questa Europa. Detta così chi non vorrebbe non essere più schiavo della BCE. Tuttavia ci si dimentica di rammentare che per fare questo, allora dovrebbe tornare indietro anche i 2/3 dell’economia planetaria. Alla fine degli anni novanta, prima che la Cina entrasse nel WTO, i competitors delle aziende italiane erano sostanzialmente nostrani ovvero ubicati a poche centinaia di km dai centri di produzione. L’Italia arrivava all’inizio del uovo millennio con una propulsione economica tutto sommato rilevante, era allora la quinta potenza economica mondiale. Oggi lo scenario è invece decisamente cambiato e molto più desolante. Sono subentrati due nuovi players planetari che non c’erano vent’anni fa, o meglio c’erano ma non spaventavano ancora nessuno. Nel 2030 i paesi leaders al mondo saranno Cina e India seguiti a distanza dagli USA, che nel frattempo vedranno insediata la loro terza posizione da Indonesia, Brasile e Messico. La povera Italia sarà catapultata in quindicesima posizione scavalcata dalla Turchia. Lo stesso UK non se la passerà tanto bene, situato al decimo posto, scavalcato da Russia e Messico. Quindi per semplificare al massimo, mentre vent’anni fa noi italiani potevamo competere con economie di dimensione simile alla nostra come Francia, Germania e Regno Unito, adesso e sempre di più nel futuro che ci attende ci dobbiamo scontrare con giganti economici del calibro di Cina, India, Messico e Turchia. Stiamo parlando non solo di giganti per il proprio potenziale economico che possono sprigionare, ma anche per il relativo impulso demografico, autentico motore di crescita universale. Pertanto va bene tornare alla lira, ma allora anche la Cina deve tornare ad essere la Cina di vent’anni fa. Vi sembra un caso che la prima banca in Europa, HSBC (fatalità una banca inglese) abbia dichiarato che sposterà il proprio head quarter da Londra a Shanghai e questo molto prima che si conoscesse il voto del 23 Giugno 2016.

Senza gli scudi europei, un paese come il nostro (purtroppo) sarebbe semplicemente spazzato via alla prima aggressione valutaria, senza dimenticare gli effetti sui tassi di interesse. Facciamo un altro esempio: secondo voi, come impresa, è meglio provare a trattare da soli con le dogane indiane oppure è più conveniente che lo faccia un’autority sovranazionale europea nell’interesse (si spera) di tutte le nazioni europee. Non è un caso che il M5S stia facendo marcia indietro sull’euro rendendosi conto dei rischi devastanti a cui verrebbe esposto il Paese. L’Europa, oggi è il più grande mercato del mondo, per il risparmio, i consumi privati e l’energia: rappresenta non una potenza economica, ma la prima potenza economica al mondo, se solo riuscisse politicamente a far nascere gli Stati Uniti d’Europa. A paesi come la Cina e gli USA, gli andrebbe di lusso che nazioni come la Francia, l’Italia ed il Regno Unito se ne andassero ognuno per la loro strada ossia ricercassero l’indipendenza perchè in tal senso non sarebbero più un competitor viste le loro dimensioni ridotte come singole nazioni. Washington sogna la disgregazione monetaria, perchè a quel punto il dollaro non avrebbe più avversari credibili nel lungo termine. Ritornando al nostro Paese: chiediamoci che cosa abbiamo fatto in vent’anni per rendere più competitiva l’Italia. Niente, anzi abbiamo creato le condizioni per far scappare i più capaci che difficilmente ritorneranno indietro. Non sono un eurista convinto, tuttavia mi è difficile mettere in cattiva luce l’euro, soprattutto perchè i vantaggi (risparmi in oneri finanziari) che ci ha consentito di avere in quasi vent’anni (il cosidetto dividendo di Maastricht) ce li siamo fumati per continuare a dare sostegno alle tipiche scelte di politica sociale iperprotezionistica volta ad accontentare il più possibile l’elettorato e preservare il consenso. Purtroppo euro o non euro, il declino del nostro Paese sembra inarrestabile, solo incredibili razionalizzazioni nei costi e fruizioni dell’assistenza sanitaria e una profonda revisione del sistema pensionistico con tagli lineari alle sue rendite attuali potrebbero generare risorse significative da impiegare per un nuovo rinascimento fiscale e forse industriale. Tuttavia in Italia provare a mettere mano a questi capitoli di spesa equivale a firmare il proprio suicidio politico. Continuiamo perciò a credere che sia l’euro il male assoluto tanto chi si è reso conto del futuro che attende la maggior parte degli italiani ha già abbandonato da tempo il Vecchio Stivale, lasciando il resto della popolazione a filosofeggiare su un mondo che presto sopprimerà le loro ambizioni e polverizzerà ogni sogno di vita.

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