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Tutto vero tutto nero

pubblicato in data 15 Mar 2012 | Scarica in PDF | Stampa |
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L’altro giorno nella marca trevigiana mentre mi accingevo ad entrare in autostrada, in prossimità del casello vi erano due pattuglie di finanzieri che fermavano auto sportive di grossa cilindrata e verificano le varie generalità, in fila c’erano una Corvette, un Cayenne e un Q7 ed i relativi conducenti intenti a gesticolare o inveire. Un venditore presso un concessionario di un noto brand automobilistico d’elite mi ha confidato che negli ultimi tre mesi sono crollate le vendite e molte sono state annullate rimettendoci anche la caparra di fermo veicolo, sono esplosi invece i ritiri dell’usato di grande cilindrata indirizzato verso i paesi dell’area balcanica. Per anni in Italia non si è mai implementata seriamente una caccia all’evasore e tutto ad un tratto diventa la priorità nazionale. Forse più che priorità sarebbe da definirla la contingenza nazionale. In Italia si evade o si favorisce indirettamente l’evasione su larga scala ed a ogni livello, dal povero pensionato al grande industriale.
Tutto questo rappresenta una caratteristica genetica della popolazione, una sorta di vendetta silente contro le istituzioni e i loro rappresentati. Non possiamo farci niente, nella maggior parte dei casi è una sorta di salvezza per mantenere in piedi le piccole e medie imprese altrimenti schiacciate da una pressione fiscale soffocante che le porterebbe presto alla morte economica. Si evade a fronte di una constatazione oggettiva e tutto sommato condivisibile, almeno sul piano ideologico: perchè dare risorse e fondi a uno stato despota che non protegge le imprese dalla concorrenza sleale o dalla contraffazione ? perchè dare a uno stato che ha una classe politica fatta di mediocri, incompetenti e cialtroni ? perchè dare a uno stato che non incentiva ed aiuta chi crea occupazione ? perchè dare a uno stato che non punisce severamente i reati ? perchè dare a uno stato che mantiene un apparato amministrativo costituito in misura rilevante da fannulloni, raccomandati o paraculati ?
In questo momento in cui non si può non dare atto a Monti & Company di aver salvato l’Italia almeno dal baratro finanziario (ancora oggi ricevo insulti per questa mia presa di posizione, tuttavia in pochi sono veramente consapevoli dei rischi che abbiamo corso tra ottobre e novembre dello scorso anno) ci troviamo in un contesto quasi paradossale. La nazione ha vissuto per oltre 25 anni sopra le proprie possibilità senza mai curarsi di ristrutturare e ridimensionare il peso dello stato sociale e dell’amministrazione pubblica, adesso deve pensare di implementare tutto questo in meno di 25 mesi, in un periodo di stagflazione quasi mondiale. Pertanto si è obbligati a ricorrere a soluzioni del tipo “dalli all’evasore” con l’intento di drenare e raccogliere quante più risorse possibili per aumentare velocemente le entrate. Tuttavia lo stato di polizia fiscale che sta emergendo ormai da mesi produce l’effetto opposto ovvero quello di contrarre ulteriormente le entrate ed il gettito fiscale in quanto si arrestano i consumi, anche quelli dei contribuenti e risparmiatori che vorrebbero spendere ma temono nel farlo.
Solo con uno spudarato e scioccante taglio ai costi dello stato si può risollevarsi e con questo termine intendo il licenziamento di almeno un milione di posti di lavoro dal settore pubblico ed affini (soprattutto parlamento, sprechi, privilegi ed enti locali compresi). Nel mio manifesto economico ho proposto l’accorpamento amministrativo per i Comuni sotto i 25.000 abitanti e sono stato messo in croce dalla politica, dai politicanti e dai vari impiegati pubblici. Non è facile in un paese straconservatore come il nostro accettare una soluzione di questa portata, tuttavia solo diminuendo improvvisamente i costi degli apparati pubblici è possibile ipotizzare una diminuzione immediata e benefica della pressione fiscale. In parallelo si devono a quel punto creare le condizioni per un veloce reinserimento degli ex dipendenti pubblici attraverso una nuova politica industriale per il paese che incentiva fiscalmente chi crea occupazione e penalizza chi delocalizza fuori dai confini nazionali.
Quanto rimprovero adesso è il comportamento che sta ostentando il governo tecnico che di fatto è diventato un governo politico a tutti gli effetti in ricerca continua di consenso e concertazione tra le varie parti. Che senso ha chiamare un tecnico per risolvere una fase di stallo, se dopo lo stesso deve riscontrarsi e ricevere il blessing continuo di chi ha impatanato e compromesso la crescita del paese per anni. Ancora una dimostrazione che in questa nazione della democrazia e dei partiti non te ne fai proprio niente. Ricordo spesso a mio padre che è nato durante un periodo di dittatura e che con molta presunzione morirà durante un’altra. L’Italia ha bisogno di una cambio di governance epocale che la ristrutturi brutalmente e coattivamente, improntando il rilancio del paese sulla meritocrazia e la polverizzazione dei vari conflitti di interesse, un cambio ed una svolta tamente radicale che a questo punto solo una dittatura può realizzare, nel bene e nel male, che piaccia oppure no. E adesso dopo questa ennesima mia presa di posizione avanti con le offese, gli insulti e le banalità da parte di italiani mediocri, ricolmi e boriosi di classismo sociale.

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