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Diversamente bianchi

pubblicato in data 16 Mag 2013 | Scarica in PDF | Stampa |
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Se il nuovo primo ministro, nuovo si fa per dire, Enrico Letta voleva veramente trasmettere un segnale di cambiamento e di rinnovamento a tutta la popolazione italiana, facendo presagire che il suo sarebbe stato finalmente un governo di rottura con il passato, al posto del nuovo e contestato ministero per l’integrazione avrebbe dovuto proporre la costituzione della Immigration & Checkpoint Authority, copiando letteralmente il modus operandi di altri stati che hanno posto il monitoraggio ed il controllo dell’immigrazione quasi come fosse una priorità nazionale. La strada che invece ha intrapreso l’attuale governo purtroppo appare sin dall’inizio decisamente infelice oltre che insensata sul piano economico. Tralasciando i pietosi commenti sullo jus soli e sulla sua effettiva necessità per questo paese in costante declino sociale, sembra vano ricordare a questi nuovi interlocutori dello stato come si comportano invece altre nazioni che hanno vissuto con molti decenni di anticipo rispetto a noi il fenomeno dell’immigrazione sia controllata che clandestina. Ne ha fatto menzione anche in più occasioni persino il primo ministro inglese, David Cameron, sottolineando come ormai il multiculturalismo sia un fenomeno sociale con strascichi economici completamente fallimentare.
L’integrazione razziale è la più grande menzogna che sia stata raccontata e propagandata a popolazioni, originariamente molto forti e radicate nella loro storia e cultura millenaria, con il solo scopo di poterle indebolire e con il tempo annientare grazie ad un sistematico assoggettamento al disegno globalizzante del consumo di massa. Nessuno si vuole integrare con chi è diverso (paesi come Israele ed il Giappone ne fanno la loro bandiera):  gli stessi extra comunitari che arrivano in Italiavogliono vivere e interagire (al di là degli orari di lavoro) solo con i loro stessi simili o connazionali, per non parlare delle faide che si instaurano tra le varie etnie per il controllo del territorio anche nei quartieri delle città italiane. Pensiamo solo ad africani contro slavi o asiatici contro sudamericani. Quando lo capiranno i finti perbenisti italiani, che si spacciano per filosofi, per giornalisti radical chic o per sindacalisti emergenti, che gli esseri umani sono fra di loro profondamente disomogenei, sono uguali solo innanzi alla legge, ma sul piano intellettuale, fisico, culturale ed affettivo sono profondamente diversi. Vi è differenza tra un tedesco ed un austriaco, tra un italiano del nord ed uno del sud, figuriamoci tra un cingalese ed un marocchino.
Il termine discriminare recepisce ormai sempre più una valenza negativa in senso assoluto, grazie al contributo folle del  politically correct, qualunque esso sia il contesto per cui viene utilizzato. Tuttavia discriminare, inteso etimologicamente come distinguere una persona da un’altra, rappresenta una libertà assoluta di chiunque ovvero quella di decidere con chi vivere e quella di decidere da chi stare lontano. Non significa pertanto razzismo o apartheid come ci vogliono far credere, ma solo una facoltà personale che non deve essere ostracizzata o criminalizzata. Nessuno in passato ci ha chiesto se volevamo vivere e soprattutto integrarci con un nigeriano, un cingalese o un serbo. Ci è stato semplicemente imposto. Qualcuno ha deciso per tutti, sostenendo che l’integrazione multietnica avrebbe portato ricchezza tanto economica quanto culturale. Ci avevano per questo promesso, che sarebbero entrati a lavorare in Italia tecnici, docenti, dottori, ricercatori, architetti, informatici, scienziati. Purtroppo nella stragrande maggioranza dei casi vediamo solo escort, badanti, spacciatori, balordi disperati e manovali generici privi di particolare professionalità. Personalmentenon mi voglio integrare con una cultura che tratta la donna come un oggetto asservito alla mera procreazione o con chi sgozza animali vivi stile sacrificio tribale nel proprio giardino perchè la sua cultura e religione lo prevede.
Non parliamo dei danni economici, ormai incalcolabili oltre che irreversibili: dati oggettivi di cui non si parla mai in quanto profondamente scomodi all’establishment mediatico. Solo le rimesse all’estero (in continua crescita) sono costate tra il 2010, 2011 e 2012 quasi 21 miliardi di euro, (il taglio dell’IMU sulla prima casa pesa 4 miliardi), denaro che dovrebbe circolare in Italia per alimentare tanto i consumi interni quanto i depositi delle banche italiane, che invece si mette in viaggio verso Cina, Bangladesh, Marocco, Senegal o Ucraina, tanto per citare alcune prime mete di esportazione. La popolazione soggetta a subire ed accettare sommessamente flussi di immigrazione selvaggia e non qualificata produce forme di auto ghettizzazione sociale, per cui i quartieri residenziali oggetto di penetrazione da parte delle minoranze etniche perdono progressivamente la loro distintività ed il loro valore di mercato, diventando step by step esempi di degrado urbano e microcriminalità. Impedire o limitare la discriminazione in una nazione arroccandosi puerilmente a sentimenti di farisaica bontà e giustizia morale produce le migliori condizioni per innescare una devastante arma di distruzione economica di massa per il tessuto sociale autoctono.

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