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PATER FAMILIAS

pubblicato in data 14 Lug 2016 | Scarica in PDF | Stampa |
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Ospito ed appoggio il pensiero del Dott. Carlo Rossetto, Vice Presidente dell’Associazione Papà Separati Milano Onlus (Sezione di Padova) il quale mi ha recentemente inviato un suo abstract per descrivere la situazione dei papà separati (dai figli s’intende ovviamente) e la condizione della famiglia italiana in generale. Riporto qui di seguito il suo contributo.

Il quadro a dieci anni di distanza dall’approvazione della Legge 54 sull’affidamento condiviso appare francamente desolante. Mi ricordo dopo due o tre anni dall’approvazione della legge di aver parlato con un giudice (maschio) che, essendosi occupato di separazioni, si era dichiarato fieramente contrario all’affidamento condiviso e che quindi si era subito fatto trasferire ad un altro ramo della magistratura. Io gli avevo risposto che ero stato uno dei promotori di questa legge e di spiegarmi i motivi della sua avversione, ma lui diplomaticamente aveva cambiato discorso. Mi ricordo anche di una conferenza organizzata a Padova da una famosa giudice alla presenza dell’on. Avv. Paniz promotore della Legge alla Camera dei Deputati, durante la quale la medesima si era dichiarata profondamente contraria all’affidamento condiviso e quasi stupita (e contrariata) del mio intervento a favore della legge. Ma perché gran parte della magistratura si è opposta alle volte in maniera così evidente ? A mio parere sicuramente per motivi culturali ed ideologici, ma non solo. Il rilassante principio giurisprudenziale in vigore prima della legge era “incarichiamo uno dei due genitori di pensare a tutto e che l’altro non dia fastidio” e quindi esisteva ed esiste una rassicurante prassi consolidata che richiede impegno modificare. Di conseguenza sono stati subito inventati alcuni artifizi giurisprudenziali quali la figura del genitore collocatario, la domiciliazione prevalente, entrambi non previsti dalla legge sull’affidamento condiviso.

Tutto questo ha comportato nelle ordinanze e nelle sentenze sia la restaurazione (o meglio il mantenimento) del vecchio diritto di visita del genitore non collocatario (invece di poterli vedere anche al di fuori di rigidi orari) che il disporre il solito assegno di mantenimento per i figli che nella legge del 2006 doveva rimanere residuale ed assolutamente integrativo del mantenimento diretto a carico di entrambi i genitori. Si è poi proseguito nel processo di svuotamento e di tradimento dei principi della legge sull’affidamento condiviso con l’improprio inserimento nel Codice Civile del concetto di “residenza abituale” con il Dlgs 154/2013 senza neppure averne discusso e aver dibattuto le delicate conseguenze. Poi è arrivata la sentenza della Corte di Cassazione n. 9633/2015 che afferma la possibilità del genitore collocatario (sarebbe più giusto ormai chiamarlo col vecchio nome di affidatario esclusivo) di potersi trasferire in un’altra città per motivi di lavoro. Va da sé e non bisogna essere certo degli esperti del settore che, se la mia ex moglie si trasferisce indisturbata a circa 500 km di distanza, io i miei figli li potrò vedere solo con molta difficoltà e notevole dispendio di tempo e denaro per il viaggio ossia quasi mai. Questo era lo spirito dell’affidamento esclusivo che sostanzialmente dava un potere quasi assoluto al genitore affidatario (quasi sempre la madre) escludendo forzatamente di fatto la figura dell’altro genitore dalla gestione dei figli.

Poi col passare del tempo spesso si creava e si crea, purtroppo ancora, la sindrome di alienazione parentale ossia il genitore vincitore (mi spiace usare questo termine, ma è il più reale possibile) denigrando non solo la figura dell’altro genitore, ma anche tutta la sua famiglia (paterna quasi sempre) con nonni, zii inclusi e così via ne induce il completo rifiuto nei figli. Ho avuto modo di vedere una situazione simile con un amico padre separato il cui figlio doveva effettuare la Prima Comunione. Non era stato avvertito, né tanto meno invitato né lui né la sua famiglia per la sacra cerimonia e qui intanto si potrebbe già discutere sul comportamento di quel Parroco che, frettolosamente, aveva dimenticato che il bambino aveva due (e non uno) genitori regolarmente sposati religiosamente. Ma quello di cui ero rimasto maggiormente colpito era che il nonno paterno, a cui non era stata data la possibilità di vedere il nipote da diverso tempo, si era, come dire, appostato sul corridoio attraverso il quale i bambini dovevano recarsi verso l’altare. Al passaggio del nipote il nonno cercava due o tre volte di chiamare per nome il nipote, il quale purtroppo ben addestrato, proseguiva a testa bassa facendo finta di non aver visto e sentito nulla. E in effetti se un genitore collocatario decide di non far vedere i figli all’altro, anche proprio al fine di escluderlo dalla vita dei figli tenendosi l’affidamento dei figli, la casa coniugale e gli assegni di mantenimento, lo denigra giorno per giorno come una goccia che, piano piano, scava la roccia e vi è praticamente poco da fare allo stato attuale delle cose se non fare delle costose cause dall’incerto esito. Sono frequenti esempi di genitrici collocatarie impunite che, adducendo le scuse più banali, impediscono il diritto di visita e un rapporto equilibrato dei figli con i padri.

A fronte di un problema simile sono stato invitato da un amico iscritto al partito di maggioranza ad un incontro direttamente con un onorevole responsabile degli affari legali, ma purtroppo non è seguita alcuna positiva modifica legislativa a favore dei rapporti fra figli e padri separati. Vi è da considerare che uno strumento come la mediazione familiare che avrebbe dovuto evitare nelle separazioni delle conflittualità con dannose conseguenze sui figli, non essendo stato reso obbligatorio, è rifiutato da quel genitore che sa che davanti al giudice riuscirà ad ottenere tutto ciò che desidera. Aggiungo inoltre che l’affidamento condiviso era nato anche per suddividere i compiti di cura della prole, a fronte di una separazione, fra i due genitori, liberando così anche le madri, soprattutto quelle che lavorano, da questo esclusivo impegno dando loro la possibilità di ritagliarsi maggiori spazi per la loro vita privata. Ora si parla tanto di crollo delle nascite in Italia nel corso del 2015, ma a fronte di una situazione del genere qual è il maschio che desidera diventare padre quando così facilmente può essere privato di tutto, non solo economicamente (casa di proprietà, risparmi anche di una vita, parte considerevole del proprio stipendio) ma anche e soprattutto del rapporto affettivo con i propri figli ? E ovviamente il problema si ripercuote anche sulle giovani donne che non riescono più a trovare uomini disposti a condividere con loro la gioia della nascita di figli. E questo sta diventando un tema di grande attualità in quanto le donne hanno una scadenza naturale per la prima maternità.

Chi non ha sentito donne verso i quarant’anni fare il discorso di sentirsi come uno yogurt prossimo alla scadenza ? E sì perché alle giovani donne è stato insegnato che la carriera viene prima di tutto che l’ unica affermazione per la donna è quella economica e professionale. Poi, passando gli anni, si rendono conto che la soddisfazione professionale non è tutto e che per la loro completa realizzazione è necessario avere dei figli. Allora si creano alle volte delle situazioni paradossali in cui queste donne affermate professionalmente sentono che devono fare subito qualcosa e allora vagheggiano, non sapendo con chi fare il figlio, di farsi inseminare artificialmente in qualche paese estero. Oppure io ho iniziato a sentire storie di uomini (non a caso di solito piacenti ed intelligenti) che, dopo una brevissima relazione in cui si era assicurato da parte femminile di prendere contraccettivi, si ritrovano inaspettatamente padri. Interessante la spiegazione fornita da una di queste donne: “A circa quarant’anni dopo aver vissuto tutte le mie esperienze possibili, anche bisex, sentivo l’esigenza di avere un figlio. Se tu vuoi lo puoi riconoscere, in caso contrario non vi è alcun problema perché sono economicamente autosufficiente e lo posso mantenere da sola.” Questa impostazione ovviamente non tiene conto delle esigenze di un figlio che, per crescere equilibratamente, ha bisogno dell’affetto di un padre e di una madre e non può essere considerato quasi alla stregua del risultato di una sperimentazione scientifica. E per finire mi viene spontanea una domanda: non è che, questo femminismo esasperato in cui la donna si realizza solo ed esclusivamente con la carriera e il successo professionale, ma anche la stessa legislazione sull’aborto, la facile distruzione delle famiglie con il divorzio, questa conflittualità di coppia che sembra interminabile a livello legale, tutto ciò sia stato creato e sostenuto in tutto il mondo occidentale col neanche poi recondito scopo di disincentivare e diminuire le nascite ?

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