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Sono rimasti in tre

pubblicato in data 5 Gen 2014 | Scarica in PDF | Stampa |
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Prima che iniziasse la crisi del debito sovrano, un piccolo e medio investitore che avesse voluto investire in serenità (ammesso che oggi abbia ancora un significato questo termine) avrebbe avuto ampia scelta anche stando all’interno dell’area euro. Allora i paesi con il massimo rating, le tanto elitarie AAA, non erano affatto pochi, tuttavia nel giro di cinque anni abbiamo assistito ad una lenta e quasi inesorabile presa della bastiglia da parte delle agenzie di rating. Tornando indietro nel 2008 chi avrebbe detto che USA, Regno Unito e Francia sarebbero stati declassati ed avrebbero perso la gloriosa effige di debitori super sicuri. Ad oggi quello che rimane del Club della AAA in area Euro sono tre paesi che si guardano l’un con l’altro come a dire: e adesso a chi tocca ? Germania, Lussemburgo e Finlandia: eccoli i sopravvissuti, i paesi che ancora possono dire siamo solo noi uber alles. Recentemente abbiamo perduto anchel’Olanda, downgradata da Standard & Poor’s nel mese di dicembre, cui subito dopo si è affiancato anche il downgrade del ESM (European Stability Mechanism) ovvero il fondo salva stati, vittima di una revisione di Moody’s che sottrae la AAA anche all’organismo sovranazionale baluardo della coesione e vitalità dell’euro.
Sembra quasi un monito, attenti voi tre lassù perchè il countdown è ormai iniziato: se l’Unione Europea per voce del suo prestatore di ultima istanza è considerata un’area continentale che non garantisce più con il massimo livello ogni creditore che desidera prestargli denaro, questo ci deve far riflettere. Quando arriverà (se arriverà) un downgrade anche sulla solida ed inflessibile Germania, allora inizieremmo a scoprire che forse questo paese al pari dell’Olanda è in bolla tanto finanziaria quanto immobiliare. Se alle prossime elezioni europee i movimenti euroscettici dovessero avere un risultato significativo, molto più ampio rispetto alle attese, allora non mi stupirei di vedere proprio la Germania perdere al tempo stesso sia la AAA e sia la faccia. Oggi per chi deve investire privatamente l’orizzonte è sempre più cupo ed incerto, nonostante qualche notizia rassicurante in termini di ripresa dei parametri ciclici delle economie avanzate. Pensate come fino a dieci anni fa chi aveva capitale finanziario per dormire sonni tranquilli si affidava ai vecchi govies (titoli di stato europei), magari anche quelli italiani.
Oggi a comportarsi in modo analogo si rischierebbe troppo, la crisi italiana del 2011 ci ha fatto vedere fino a dove si può spingere la volatilità su un governativo del tricolore con scadenza a 20 anni. Purtroppo, per chi ha fatto sempre e solo il cassettista, siamo innanzi ad un cambiamento epocale di mentalità e di approccio all’investimento privato, la cosidetta strategia di buy & hold è ormai oltre che preistorica anche fallimentare. Iniziamo con il dire che oggi il proprio portafoglio dovrebbe essere in grado di sterilizzare il più possibile il rischio di mercato, inteso in senso lato, grazie al ricorso non  del singolo strumento ma ad un basket di strategie. Saranno queste ultime infatti che salveranno il vostro capitale in caso di un peggioramento del clima macroeconomico. Il salvataggio non riguarderà solo l’aspetto patrimoniale ma anche quello reddituale: sono anni che vedo dossier titoli di risparmiatori privati che dopo il sali e scendi di qualche bolla si ritrovano quando gli è andata bene con ancora il capitale iniziale, eroso nel frattempo da inflazione ediaboliche commissioni di gestione, senza mai assistere ad una crescita in stile growth o income quando le condizioni di mercato dovrebbero far presuppore almeno in quest’ultima.
Il 2014 si appresta ad essere un anno di transizione, quasi di attesa, nella speranza di evitare un crash nell’area euro o di un cambio di politica monetaria repentina sui tassi di interesse da parte della Federeal Reserve in merito al tanto menzionatotapering. Chi vuole cercare remunerazione e crescita del proprio patrimonio finanziario dovrebbe iniziare a diversificare in strategie di investimento e non solo in singole asset class (come commodity, obbligazioni corporate i valuta, equity settoriale o titoli di stato) ed in parallello puntare alla ricerca di correlazioni negative, tanto difficili da realizzare, prediligendo strumenti ibridi e non direzionali come i fondi long/short o i prodotti market neutral. Cercate di dedicare tempo e risorse anche ad individuare quei gestori all’interno delle rispettive investment house che siano in grado di gestire in anticipo il rischio di mercato, evitando di optare per scelte di investimento ormai superate o inefficaci, visti i tempi che ci attendono, in particolar modo evitare assolutamente i fondi comuni di investimento a gestione unidirezionale ancorati a benchmark convenzionali. Un augurio di buoni investimenti a tutti i lettori per il nuovo anno in corso nella speranza che all’orizzonte inizi ad intravedersi un periodo di stabilità e ripresa tanto economica quanto spirituale.

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