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Fuori dall’euro

pubblicato in data 3 Apr 2014 | Scarica in PDF | Stampa |
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Ho paura. Personalmente ho tanta paura, soprattutto come investitore e risparmiatore privato. Il recente successo del Fronte National in Francia alle elezioni comunali ormai lascia prevedere una calda estate, forse peggiore di quella del 2011 quando qualcuno si ricorderà ancora la famosa copertina dell’Economist con l’euro ridotto a stella cadente ed il titolo che si chiedeva “siamo arrivati alla fine ?”. Le elezioni del 25 Maggio ormai evidenziano un quadro piuttosto ben delineato proiettando un successo quasi glorioso da parte dei movimenti euroscettici. In Italia ormai siamo al limite di tenuta: 50% dei votanti contrari all’uscita dall’euro (e quindi dopo anche dall’Europa),un 40% di votanti favorevoli e un 10% di indecisi. Solo tre anni fa i credenti nell’euro erano oltre il 75%, mentre i contrari erano relegati ad una sorta di eretici o tifosi ultras dei mercati finanziari. Il deterioramento del tessuto sociale, l’aumento della disoccupazione, la rabbia delle persone, la sensazione di impotenza innanzi a quanto sta accadendo ha portato milioni di persone  a sfogarsi contro qualcuno (l’Europa) e contro qualcosa (l’Euro) considerati gli unici responsabili di quanto sta accadendo.
Molti partiti e leader politici hanno sapientemente cavalcato questo malcontento facendone oggi un cavallo di battaglia, sbandierando una nuova lotta di classe al grido di “fuori dall’euro”. Non vivo credendo che l’euro sia un dogma o un totem a cui genoflettersi per il resto della propria vita, tuttavia chi è un fervente noeuro dovrebbe soffermarsi a riflettere sui seguenti dati macroeconomici. Il PIL della Grecia – con dati espressi in USD – tra il 2000 ed il 2012 è passato da 124 MLD a 249 MLD (101% di crescita), la Spagna nello stesso periodo è passata da 580 MLD a 1.323 MLD (128% di crescita), la Francia da 1.326 MLD a 2.612 MLD (97% di crescita), la Germania da 1.886 MLD a 3.428 MLD (81% di crescita) ed infine l’Italia da 1.104 MLD a 2.014 MlD (82% di crescita). A titolo di ulteriore comparazione – con dati sempre espressi in USD – il Regno Unito è passato da 1.493 MLD a 2.471 MLD di USD (crescita del 65%). Quindi per riepilogare la nazione che è cresciuta di più in assolutodurante l’era della moneta unica è stata la Spagna, seguita dalla Grecia, dalla Francia, dall’Italia e dall’ultima Germania. Tuttavia molto peggio di Germania e Italia ha fatto il Regno Unito nonostante la tanto conclamata propria sovranità monetaria.
L’Italia rispetto ai paesi citati in questione si trova tuttavia al primo posto se compiliamo un’altra classifica quella di chi ha fatto più debito pubblico sia in termini quantitativi che qualitativi (rapporto debito sul PIL), infatti tra il 2000 ed il 2012 il debito pubblico in Italia è passato da 1.314 MLD a oltre 2.007 MLD con una crescita del 53%. Sappiamo tutti a che cosa è servito questo debito: foraggiare clientelismi, finanziare ammortizzatori sociali per ottenere consenso elettorale, dare copertura di bilancio a deficit prodotti da cattive gestioni della spesa pubblica, mantenere apparati ed enti di stato utili solo per assecondare e parcheggiare qualche trombato della politica italiana. In Italia l’euro è ormai diventato la grande scusa per non cambiare il paese e per non incidere su quei gangli dello stato che hanno contribuito a generare un 53% di crescita del debito pubblico in dodici anni. Oltre a quanto sopra ci siamo trovati anche a dover fare i conti con una sfavorevole convergenza di altri fattori macroeconomici, fuori dal nostro controllo, che ci hanno ulteriormente indebolito: come l’ingresso – malgestito – della Cina nel WTO, la deregolamentazione dei mercati finanziari e un eccesso di ricorso al debito da parte delle famiglie negli ultimi dieci anni.
Va tanto di moda, sempre nei talk show, affermare che uscire dall’euro si avrebbero più vantaggi che svantaggi, premesso che quanto sopra dovrebbe far capire che siamo cresciuti poco non a causa dell’euro ma per il nostro maledetto malcostume italano, vi invito a ricordare cosa accadde nel 1995 con la vicenda dei mutui in ECU (European Currency Unit), la moneta virtuale da cui prese vita negli anni successivi l’attuale euro. A seguito dell’abbandono dello SME da parte dell’Italia, la lira si svalutò di circa il 30% nei confronti dell’ECU (allora un paniere di dodici divise nazionali) e chi aveva contratto mutui in ECU, allora molto convenienti per il tasso di interesse che proponevano, si trovò a vivere dentro un incubo. A causa di questo chi aveva contratto un mutuo a quindici anni e aveva già pagato da cinque anni le rispettive rate, si trovava a non avere ancora rimborsato alcuna quota capitale e appena una parte degli interessi: gli istituti di credito e le banche corsero ai ripari proponendo estinzioni di mutuo in ECU (con applicazioni a raffica di penali e commissioni) e relativa conversione del nuovo debito in lire italiane, altre soluzioni furono la rinegoziazione del mutuoallungandone la durata. Fortunatamente si trattava di qualche decina di migliaia di contratti di mutuo: immaginate oggi invece la stessa scena con milioni di mutui espressi ed erogati in euro a famiglie ed imprese.

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