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Game over

pubblicato in data 22 Mag 2012 | Scarica in PDF | Stampa |
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Dopo il recente sell-off sulla borsa italiana e la ripresa delle tensioni soprattutto sui governativi italiani sono stato letteralmente invaso da centinaia e centinaia di richieste via email di risparmiatori ed investitori preoccupati per la loro banca, le loro obbligazioni, le loro giacenze di liquidità e il futuro dei loro risparmi. Il timore maggiore è legato in misura maggiore al verificarsi del cosidetto “worst case scenario” ovvero lacasistica del breakup (spaccatura dell’euro in due monete). Sull’argomento ho scritto e parlato con notevole approfondimento in numerose occasioni: tra qualche settimana troverete in edicola anche il mio nuovo pamphlet intititolato Neurolandia dedicato a quanto sta accadendo. Con molti lettori ho avuto modo di analizzare anche la loro situazione patrimoniale (ereditata o costruita nel tempo): il giudizio che ne emerge è sconfortante, con portafogli assolutamente inadatti ad affrontare e sopportare quanto stiamo vivendo.
Il risparmiatore italiano medio in passato ha costruito la sua fortuna e la sua sicurezza attraverso il mix elementare costituito tra titoli di stato italiani ed immobili residenziali, ottenendo sempre da entrambi notevoli soddisfazioni e costanti performance nel tempo. Mettetevi in testa che questo “modus investendi” è definitivamente terminato, risale ad un epoca ormai medioevale per i mercati finanziari, superato nella sua logica, destinato a generare perdite e rischi rilevanti. Game over per dirla con una terminologia brutale. Scordatevi la sicurezza e le performance senza fatica, senza pensieri e senza rischi. Quel passato che ha fatto la fortuna dei nostri padri è ormai sui libri di storia. Quanto sta accadendo in Europa dimostra oggi come investimenti considerati solidi e sicuri due anni fa, adesso siano messi in osservazione per il rischio sistemico che incorporano. Scordatevi l’oro, la corona norvegese, il franco svizzero o peggio ancora i terreni come mi sono sentito proporre di recente: non esiste nessun posto sicuro, per dirla ancora all’inglese “there is no safe heaven” (sostanzialmente non esiste più il risk free).
La crisi del debito europeo e dell’euro stesso, per chi non l’avesse ancora compreso, non ha più niente a che fare con l’economia o con il debito dei singoli paesi o con il tanto denigrato spread. La crisi europea è una crisi politica a tutti gli effetti, connaturata da una mancanza di leadership sovrana: questo si aspetta chi ci sta guardando, vuole una manifestazione di autorevolezza da parte di tutti gli stati della moneta unica, mettendo da parte una volta tanto l’egocentrismo teutonico. L’Europa fa paura, si teme il peggio proprio sul piano politico, portando alla distruzione quanto si è fatto in oltre un decennio. L’attuale nuovo equilibrio con una Francia potenzialmente destabilizzante è caratterizzato da un vulnerabile asseto a geometria variabile (manca ancorano alla tornata elettorale sia la Germania che soprattutto l’Italia). Per questo si assiste al fuggi fuggi generale sul piano istituzionale degli operatori del risparmio gestito.
Il tutto è anche comprensibile in quanto nessuno è in grado di fare previsioni ragionevoli sull’euro e sulla sua tenuta: vi sono solo fantomatiche rassicurazioni di facciata. Per questo motivo continuo a dare come indicazioni operative la costruzione di portafogli negativamente correlati, puntando su allocazioni in fondi di investimento con approccio market neutral (o per semplicità non direzionali), possibilmente con gestioni flessibili e dinamiche, in grado di sterilizzare quanto più possibile eventi di portata improvvisa. Questo rappresenta l’optimum: il meglio che si può fare, purtroppo non lo fa quasi nessuno più che altro per ragioni di mediocre cultura finanziaria (promotori compresi) e tipica eccentricità dell’italiano medio. Quest’ultimo infatti è investito nella modalità peggiore per il momento: appesantito da BTP con scadenza pluridecennali a tassi fissi risibili e patrimonio immobiliare di natura residenziale. In poche parole ha un’esposizione massificata al solo rischio del paese italiano: qualcuno lo chiamerà patriottismo, qualcun altro fiducia sulle istituzioni, qualcun altro vicinanza verso la propria terra. Sir John Templeton l’avrebbe chiamata follia nazionale.

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