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A good time

pubblicato in data 12 Set 2010 | Scarica in PDF | Stampa |
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Nel 1987 imperava ovunque il tormentone estivo di Sabrina Salerno, Boys Summertime Love, un 45 giri che ha scalato tutte le classifiche discografiche europee, lanciando nel firmamento la allora sconosciuta Sabrina come un’esuberante sex symbol mettendola in diretta competizione, canora e meditica, con la prorompente britannica Samatha Fox. “Boys, boys, boys, i’m looking for a good time”, recitava la evergreen alludendo ad un momento di pace dei sensi o meglio ancora ad un vero e proprio periodo di divertimento e serenità emotiva.  La domanda di molti lettori è se anche per noi ora è arrivato il momento del “good time” ovvero se a fronte delle ultime notizie di cronaca soprattutto legate allo scenario industriale possiamo stare più sereni e rilassati, cercando di goderci un “good time”.

Invero mi sento di continuare a mantenere un stato di allerta e diffidare vivamente della propaganda politica e mediatica che vuole la cosidetta crisi alle nostre spalle. Sembrano delinearsi nell’imminente futuro altre problematiche ancor piu critiche. Permettetemi di illustrarvi le motivazioni. Comiciamo con il far notare che la cosidetta ripresa di questi ultimi mesi soprattutto sul fronte degli ordinativi industriali è stata trainata dal ridimensionamento del cross euro/dollaro durante il periodo estivo che ha reso più appetibili le merci europee all’esportazione, infatti in questi termini i contributi maggiori alla cosidetta ripresa sono arrivati proprio dal fronte estero.  Sostanzialmente i timori maggiori sono individuati nell’insostenibilità di un modello di sviluppo in cui una parte del pianeta consuma ed un’altra produce, e questo soprattutto in presenza di un sistema valutario a cambi fissi. 

Non sono casuali infatti le recenti pressioni degli Stati Uniti nei confronti della Cina volte ad ottenere una rivalutazione dello yuan: in termini puramente macroeconomici non può durare a lungo il sodalizio tra due paesi in cui il disavanzo commerciale sembra non avere confini a fronte dei quantitativi ingenti di importazioni dall’Oriente. Dal canto suo invece, la Cina continua a importare beni dall’Europa forte di questa sua posizione “quasi surreale” di esportaore planetario di prodotti a basso prezzo. Proprio questa considerazione fa comprendere come mai non siano ancora esplose ventate inflazionistiche in Europa e negli USA, infatti la merce cinese ha consentito di calmierare verso il basso il costo dei beni di consumo necessari per vivere (dagli alimentari ai giocattoli, dall’hitech all’abbigliamento).

Aggiungiamo a questo il fatto che i grandi interventi di quantitative easing (ovvero il creare denaro dal nulla da parte delle banche centrali per supportare gli interventi di aiuto e salvataggio messi in piedi dai governi occidentali in questi ultimi due anni) non hanno avuto un riverbero diretto nella massa monetria, in quanto sono stati iniettati dentro i bilanci delle banche in difficoltà e quindi non sono stati oggetto di circolazione monetaria, producendo come si poteva presumere erroneamente un innesco di inflazione. Il quadro di incertezza e tensione finanziaria ha poi fatto il resto, spingendo milioni di consumatori a limitare le proprie esigenze ed iniziando caso mai a risparmiare anche sull’impensabile (temendo pertanto che nel futuro prossimo potessero verificarsi ulteriori episodi di pericolo e detonazione finanziaria).

Questi fenomeni aggregandosi hanno prodotto un ristagno dell’attività di consumo in Europa ma non dell’export verso le aree orientali le quali fanno incetta di infrastrutture e macchinari per alimentare la crescita del dragone rosso. Tuttavia come ho già ripetuto anche in altre occasioni, la Cina rimane una bomba con la miccia accesa, abbracciata ad un modello di sviluppo che non ha saputo evolversi in questi ultimi anni: oltre la metà del PIL è costituito da esportazioni, mentre il livello dei consumi interni continua a scendere, nonostante ci vogliano raccontare che la globalizzzione avrebbe fatto emergere nuovi milioni di consumatori in oriente pronti a consumare beni e merci prodotti in Europa. Sta accadendo invece l’esatto opposto.

Ma non è finita, in quanto all’orizzonte inizia a delinerasi lo spauracchio della deflazione, soprattutto gli USA stanno intervenendo con la FED per scongiurare il pericolo: in realtà per quanto denaro si voglia creare, se i consumatori, soprattutto statunitensi, non si rimettono a spendere come prima il film che ci attende lo hanno già visto i nostri nonni, durante gli anni Trenta, con un periodo deflattivo anche di cinque anni. Infatti per quanti interventi di sostegno siano stati varati  e per quanto denaro è stato immesso nel sistema sia in Europa che negli States, ci si rende conto che i livelli di occupazione continuano a diminuire al pari dei tassi di interesse: segni inequivocabili che fanno presagire ad un periodo deflattivo. Sulla base di queste constatazioni devono essere ricondotte alcune mie recenti esternazioni televisive in cui suggerivo di investire in immobili, solo se ben selezionati ed in aree residenziali di prestigio, con il fine di evitare spiacevoli episodi di polverizzazione finanziaria, ricordando che da una deflazione si esce solitamente con un’inflazione galoppante.

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