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DIVERGENZA ITALIA

pubblicato in data 22 Giu 2017 | Scarica in PDF | Stampa |
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Provo a rispondere a tutte le richieste pervenute in questa ultima settimana soprattutto in merito al recente video pubblicato sul sito di BeppeGrillo.it e relativo al mio commento al programma di politica economica del M5S. Nello specifico mi sono occupato di effettuare un commento sulla proposta di istituzione della Banca Pubblica degli Investimenti, concepita come un nuovo braccio finanziario per il governo che verrà e con lo scopo dichiarato di dare supporto ed abbrivio soprattutto ai settori ritenuti strategici per la crescita dell’economia nazionale. La maggior parte dei commenti ed anche contestazioni ricevute sono relative al quadro macroeconomico che stiamo vivendo, in particolar modo rapportate al recente voto francese. In buona sostanza secondo un elettore italiano, preso all’interno del campione medio di riferimento, la stasi del nostro Paese e il lento deterioramento economico e sociale che ne conseguenza sono unicamente riconducibili a tre imputati d’eccellenza: l’euro, l’austerity degli organismi sovranazionali e la corruzione tanto a livello politico quanto a livello privato. Rappresenta un comportamento naturale in caso di profonda difficoltà cercare un colpevole e metterlo sul banco degli imputati. Sull’euro è stato scritto e detto sino al prossimo secolo, anche dal sottoscritto in simbiosi con altri prestigiosi interlocutori, tuttavia per quanto possa sforzarmi di fare il contrarian, appare sempre più arduo considerare la moneta unica come l’unica responsabile di quanto stiamo soffrendo. Anzi a dire il vero se non ci fosse stata la moneta unica ed i vari scudi europei implementati in ambito finanziario in questi ultimi tre anni, almeno 1/3 delle persone che avessero in passato contratto un mutuo a tasso variabile avrebbero perduto la propria abitazione, senza dimenticare invece la carneficina che ci sarebbe stata sul panorama bancario italiano, anche in questo caso almeno 1/3 delle banche italiane sarebbe purtroppo collassato.

Andiamo per gradi. Sono passati ormai dieci anni dal crash Lehman, lo zero cronologico che ha dato avvio alla Grande Crisi come è stata definitiva. Questo decennio deve essere diviso in due parti, cronologicamente parlando. La prima che va dal 2008 al 2011: durante questa finestra gli USA hanno dato avvio al recovery della propria economia attraverso vari interventi di portata storica come il QE e l’industria dello shale oil. In questa prima fase gli States hanno dimostrato maggiore debolezza e vulnerabilità dell’UE, addirittura il pil pro-capite americano è sceso più di quello europeo. Il rapporto di cambio ci aiuta a comprendere la maggior forza del Vecchio Continente: il cross EUR/USD ha oscillato tra 1.50 e 1.25 attestandosi mediamente in area 1.35. Dal 2011 ad oggi lo scenario si inverte: in Europa scoppia prima la crisi greca che continueremo a portarci avanti a singhiozzo sino ai giorni nostri ed in parallelo esplode la crisi del debito sovrano che colpisce soprattutto le nazioni della periferia. A questo punto scendono in campo le autorità monetarie che iniziano a varare in successione strumenti ed operazioni di salvataggio mai sentite prima: EFSF, ESM, OMT, LTRO, TLTRO e QE. Il rapporto di cambio EUR/USD è lo specchietto di questo nuovo quadro macroeconomico, passa infatti da 1.35 a 1.05, attestandosi mediamente in area 1.15. La nuova politica monetaria europea che viene implementata molti anni dopo l’inizio di quella statunitense, unitamente alle nuove fobie finanziarie ed all’inasprimento fiscale conseguente (fiscal compact) producono due fenomeni di impatto rilevante: in primis l’arresto degli investimenti (da parte dei privati per la percezione di incertezza che si viene a creare e da parte del settore pubblico che deve rispettare deficit di bilancio più virtuosi) ed in secondo luogo l’aumento considerevole del risparmio concepito come un forziere a cui attingere in caso di necessità nel futuro.

Questa conseguenza inoltre viene esacerbata dallo ZIRB (zero interest rate bond) conseguente al QE. In Europa si inizia anche a risparmiare molto di più che in precedenza (il risparmio per definizione è una quota di risorse finanziarie sottratta ai consumi e investimenti), questo per la constatazione che i sistemi di welfare attuali sono sostanzialmente insostenibili nel medio periodo e pertanto si ritiene di non poter fare più affidamento sulle attese di rendita nazionale. Con il passare degli anni ci si rende conto che la cosiddetta crisi, prima finanziaria, poi economica e ora sociale non è conseguenza di una moneta considerata troppo forte (la UE negli ultimi 15 anni ha sempre esportato più degli USA) quanto piuttosto di una crisi del debito, di troppo debito contratto sia a livello privato che pubblico. Oltre a questo si devono poi aggiungere le dinamiche demografiche avverse di cui è caratterizzata la UE (e che come è stato esposto su Apocalyps€uro si sta cercando di soluzionare con la finta immigrazione non controllata). All’interno della UE vi sono poi alcune nazioni che in buona sostanza durante questa seconda finestra temporale non hanno fatto nulla per modificare il loro outlook economico peggiorando notevolmente il loro stato di salute: su questa constatazione trova fondamento il recente downgrade italiano. Ad esempio pur avendo la moneta unica, la Spagna è il key country che cresce di più in Europa (attesa di 2.8% nel 2017) ed altri minori periferici sono autentici esempi di virtuosismo indotto proprio dal potenziale scaturito dalla moneta unica, vedi il caso maltese contraddistinto da un PIL al 5.3% nel 2016 e atteso al 4.2% nel 2017. A casa nostra invece abbiamo avuto il Paese sostanzialmente imballato per quattro anni dai governi a marchio PD.

Oltre all’aumento continuo e progressivo del debito pubblico italiano e a una crescita anemica, sostanzialmente non si possono identificare significativi driver in grado di produrre impulso economico. Anzi. L’esatto opposto. Dal 2008 hanno abbandonato il Paese dell’immobilismo più di 800.000 nostri connazionali, portandosi dietro capitali, lauree, pensioni, risorse, capacità e soprattutto vocazione imprenditoriale tanto apprezzata all’estero. Chi rimane qui, puntando il dito sull’euro e l’Europa come unici colpevoli delle loro sventure, di fatto è solo l’ennesimo parassita che ha sempre goduto di un protezionismo sociale sfrenato garantito a vita dai soliti governicchi di pseudosinistra. Fermatevi un momento a riflettere: in questi ultimi quattro anni si è modificata la fiscalità in Italia (certo, ma in peggio) ? Gli uffici amministrativi del Paese continuano ad essere degli strumenti di oppressione e vessazione per chi vuole fare impresa ? Vi risulta che i tempi di attesa per il giudizio su una causa legale siano diminuiti ? Vengono sempre e solo salvate le solite aziende serbatoio di voti per le sinistre (vedi Alitalia) ? La rigidità del mercato del lavoro è stata soluzionata definitivamente ? Qualcuno ha pagato con una condanna i vari fallimenti bancari che ci sono stati (e quelli politicamente evitati) ? Vi risulta che la dimensione della corruzione sia inferiore ai tempi di Mani Pulite ? Purtroppo ha ragione Briatore, l’Italia è una nazione che vive sull’immobilismo, quelli che vorrebbero cambiarla in meglio sono costretti ad andarsene. Si tratterà di capire se questo con il tempo rappresenterà un vanto o solo un tentativo discriminatorio di far sopravvivere intere generazioni di italiani abituate al protezionismo sociale sfrenato e illogico tipico di quell’Italia democristiana che ha sempre dato tutto a tutti per preservare e conseguire il più alto consenso elettorale a scapito di una nazione più efficiente e meritocratica.

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