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LE PENSIONI DI BRONZO

pubblicato in data 24 Nov 2016 | Scarica in PDF | Stampa |
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Nel gergo popolare con il termine bronzo si vuole identificare una lega di rame e stagno, con quest’ultimo che può arrivare ad avere un rapporto massimo con il rame di uno a tre. Questa combinazione dà vita ad una lega metallica molto malleabile durante la sua lavorazione con la caratteristica successivamente di essere anche resistente sia alla corrosione atmosferica che alle sollecitazioni meccaniche. Durante l’impero romano oltre che per la fabbricazione di ingranaggi, campane ed elementi decorativi, venne molto utilizzato anche per il conio di numerose monete e medaglie di modesto valore. Al bronzo infatti si anteponevano monete di oro, argento e rame: proprio da quelle antiche epoche che ci riportano indietro a quasi tutte le civiltà che abitavano il Mediterraneo deriva il termine di bassa lega riferendosi a monete il cui conio era prodotto da metalli cosidetti poveri come lo stagno, il piombo o l’alluminio che possono essere tutti combinati con il rame per ottenere diverse qualità e caratteristiche specifiche dalla lega ottenuta. Permettetemi di utilizzare questo incipit per analizzare ed descrivere le pensioni di bronzo ossia quelle che saranno presto oggetto di operazioni di razionalizzazione. L’elettore medio italiano quando sente qualche politico parlare di pensioni e di riforma sulle pensioni scatta subito sull’attenti e inizia ad inveire contro questo o quello che propone di tagliare le pensioni o la sua razionalizzazione manifestando il suo sdegno invece per chi ancora ad oggi percepisce pensioni con super rendite rispetto alle media nazionale, le cosidette pensioni d’oro.

Secondo questi contribuenti, stiamo parlando di quasi tre italiani su quattro, l’annoso punto interrogativo sulla sostenibilità delle rendite pensionistiche italiane è riconducibile unicamente a queste tipologia di pensione che percepiscono molti nostri connazionali ossia le pensioni d’oro. Proviamo a fare un’analisi puntigliosa sulla composizione delle pensioni italiane per anticipare quella che probabilmente sarà una prossima riforma che verrà introdotta nel nostro paese per consentire nel futuro la sostenibilità finanziaria delle rendite pensionistiche di oggi e domani. Stando ai dati ISTAT del 2015 in Italia ci sono 16.699.617 pensionati, dato che nel frattempo dovrebbe essere aumentato. Per aiutarvi a meglio visualizzare questa analisi ho predisposto la seguente tabella di raccordo che suddivide le prestazioni erogate mensilmente come importo lordo (flusso nazionale) in dodici classi di appartenenza, si va dalle rendite più basse ossia inferiori ai 249 euro mensili con 800.585 titolari di pensione sino alla classe più elevata con oltre 3.000 euro mensili a beneficio di 669.736 pensionati italiani. In questa ultima classe di appartenenza ovviamente trovate anche chi detiene le cosidette super rendite ossia le famose pensioni d’oro che possono superare i 100.000 euro lordi all’anno. Al momento sono appena 33.000 i fortunati nostri connazionali che ricevono questo trattamento super agiato con un flusso nazionale stimato e forfetizzato di oltre tre miliardi di euro.

Considerate che la pensione d’oro più onerosa d’Italia ammonta a 90.247 euro lordi al mese, erogata ad un ex-dirigente della TIM (ideatore delle prime tessere sim prepagate) che ha potuto godere di questo trattamento grazie alle follie del sistema di calcolo retributivo allora vigente. Tornando a noi, per la rielaborazione e semplificazione dei dati analizzati si è utilizzata la forfetizzazione dell’importo massimo all’interno della fascia di appartenenza, tranne ovviamente per l’ultima classe di cui non si conosce nello specifico la parte più alta della banda di oscillazione il cui minimo è appunto una rendita di almeno 3.000 euro lordi mensili. Questo significa che ad esempio in classe cinque ipotizziamo che tutti i soggetti che ne fanno parte beneficino di una rendita mensile lorda di esattamente 1.249 euro, mentre sappiamo bene che le pensioni pagate ai 2.246.613 pensionati variano tra un minimo di 999 euro ed un massimo di 1.249 euro appunto. In linea di massima generale il risultato che otterremo dovrebbe mantenere la sua bontà e validità ai fini dell’utilizzo pratico di questa riclassificazione. Complessivamente le pensioni italiane su base cumulata generano una uscita finanziaria forfetizzata di oltre 260 MLD all’anno (almeno questo è quanto desumiamo nel 2015). Le tanto denigrate pensione d’oro dovrebbero costare pertanto un minimo di tre miliardi di euro all’anno (più di quanto costano tutti gli organi costituzionali). Ne abbiamo parlato già in altre numerose occasioni e la stessa stampa nazionale ha affrontato il quadro complessivo delle pensioni italiane in diversi momenti, tuttavia per quanto si continui a tergiversare anche sul fronte politico sappiamo per certo che la razionalizzazione della spesa pensionistica ha i mesi contati.

Il quadro di deterioramento socioeconomico complessivo dell’Italia che si protrae da diversi anni e che sembra ormai avere caratteristiche di irreversibilità impone ai prossimi esecutivi (probabilmente proprio a quello tecnico che dovrebbe succedere a Renzi) di intervenire in modalità non convenzionale su questo capitolo di spesa nazionale al fine di drenare nuove risorse finanziarie da assegnare all’abbattimento della pressione fiscale. Durante il Governo Monti ricorderete le conseguenze apportate dalla Riforma Fornero, una riforma odiata e denigrata dal sentiment popolare, tuttavia allora necessaria a garantire nel breve la sostenibilità dei meccanismi pensionistici italiani (purtroppo la fretta nella redazione del disposto di legge ha prodotto lo spiacevole fenomeno degli esodati). Potete stare piuttosto certi che entro i prossimi tre anni tutte le rendite pensionistiche italiane saranno razionalizzate, termine che eufemisticamente nasconde tagli lineari per progressività di scaglione sugli importi lordi. Mettetevi in testa che la pensione è un vostro problema e non uno dello Stato o del Governo, purtroppo il meccanismo retributivo adottato nel passato ha prodotto e continua a produrre un furto generazionale che va avanti da decenni: i baby boomers (i nati tra il il 1946 ed il 1963) stanno letteralmente rubando ed ipotecando il futuro dei loro figli e dei loro nipoti. Ho provato a simulare tre differenti ipotesi di razionalizzazione mediante haircut (taglio in percentuale) su tutte le rendite erogate, tranne quelle più basse che sono al limite della soglia di povertà, in tal caso troverete la scritta n/a ossia not applicable (questo non significa tuttavia che non possano essere colpite anche loro).

Gli haircut sono espressi in percentuale e rappresentano appunto la porzione di rendita che potrebbe essere tagliata in termini assoluti e senza franchigie a seconda dello scenario in questione (soft, moderate, hard). Sostanzialmente si tratta di un ridimensionamento delle rendite mediante applicazione di diversi coefficienti di limatura a seconda della classe di appartenenza. Ad esempio in caso di soft scenario, chi ha una rendita di 1.499 euro lordi mensili potrebbe vedersi applicato un taglio assoluto del 9%, la stessa rendita invece subirebbe un taglio del 17% in caso di hard scenario. Ognuno di voi si può sbizzarire a fare simulazioni su quanto gli potrebbe essere tagliato: ovviamente questa è un’ipotesi di intervento che necessiterebbe di ulteriore approfondimento, tuttavia è molto plausibile che il modus operandi che adotterà il governo chiamato ad intervenire sarà in sintonia con quanto trovate esposto. Sono le pensioni di bronzo (ossia quelle comprese tra i 999 euro ed i 2.499 euro) pertanto il problema per il Paese e non quelle d’oro, visto che necessitano di oltre 170 MLD ogni anno e coinvolgono quasi dieci milioni di pensionati. La simulazione come potete vedere consente di evidenziare a seconda dei tre diversi scenari una considerevole quantità di risorse finanziarie liberate: ad esempio il soft scenario produrrebbe almeno 23 MLD di risparmio pubblico, mentre il hard scenario quasi 40 MLD, più che sufficienti per ridefinire e snellire la politica fiscale che grava sugli immobili o addirittura quasi azzerare l’IRES per le tutte aziende italiane: in tal senso la Legge di Bilancio infatti stima per il 2016 che l’IRES apporterà alle casse pubbliche l’importo di 44 MLD. Ancora qualche trimestre ed il bronzo ritornerà pertanto in auge come un tempo.

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