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The camusso country

pubblicato in data 7 Giu 2013 | Scarica in PDF | Stampa |
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Ho partecipato di recente ad un workshop informativo organizzato dal Dipartimento per le Attività Produttive di un paese dell’Unione Europea al quale ho notato erano presenti anche imprenditori ed investitori non italiani. Al di là dei programmi incentivanti che sono stati esposti dai relatori e dei benefici fiscali che possono ottenere le aziende che decidono di insediarsi usufruendo di contratti di lavoro per la manodopera localebasata su gabbie salariale predefinite, il momento a mio avviso più formativo è stato il lunch-break durante il quale ho potuto conoscere sia nuovi imprenditori italiani che altri del nord europa. Durante il distensivo convivio, ognuno di noi ha raccontato il suopercorso imprenditoriale e le vicissitudini o seccature amministrative/fiscali incontrate durante le sue esperienze lavorative: il must è stato ascoltare un imprenditore inglese che aveva in passato provato ad aprire una piccola azienda manifatturiera di sacche sportive (stand bag) per trasportare le mazze ed i ferri nel gioco del golf. Tra due grappini ai mirtilli ed un caffè americano, riferendosi all’Italia, ha detto: once Italy was the Berlusconi Country, now the Camusso Country. Inutile aggiungere le risate o le esternazioni degli altri commensali.
Proprio Berlusconi alcuni giorni fa ha parlato di indurre in qualche modo uno shock per mettere in moto l’economia italiana. Di questo mai come oggi abbiamo bisogno: un dispositivo di legge che crei un effetto devastante (in termini positivi) al paese ed al suo ormai asfittico sistema industriale. Il Presidente Obama non ci ha pensato due volte quando gli hanno fatto capire che gli Stati Uniti avrebbero perso con il tempo sempre più quote di mercato ed ingerenza economica nel mondo a fronte dell’avanzata cinese, ed è intervenuto con un approccio shockante varando e promuovendo la Shale Gas Revolution. Sostanzialmente gli USA hanno rivisto tutta la loro politica energeticaper diventare indipendenti dal Medio Oriente ed avere costi di produzione industriali tra i più competitivi al mondo. Noi italiani abbiamo avuto prima Berlusconi con la Camusso ed ora il Governo Letta che come priorità ha fatto capire di avere lo ius solis, il finanziamento pubblico dei partiti, le auto blu ed il presidenzialismo alla francese. L’effetto shock di cui abbiamo bisogno deve iniziare colpendo massivamente il mercato del lavoro istituendo tanto la flessibilità quanto la mobilità come non si sono mai viste prima.
Ad esempio istituendo una nuova tipologia di contratto a tempo indeterminato che conferisce induttivamente il diritto al datore di lavoro di licenziare – per qualsiasi ragione e senza incorrere in sanzioni o cause di lavoro – il lavoratore dipendente con un preavviso temporale predefinito (1, 3, 6, 9, 12, 18 mesi) a fronte del quale viene tuttavia riconosciuto uno stipendio/salario di ammontate inversamente proporzionale alla durata del periodo di preavviso del licenziamento. Significa ad esempio che lo stipendio di un lavoratore che accetta un preavviso di tre mesi sarà notevolmente superiore allo stipendio di chi accetta un preavviso di due anni. Può sembrare una soluzione da talebano sindacale, tuttavia rappresenta una possibile strada da percorrere per predisporre un dispositivo di legge che incentivi in qualche modo ad insediarsi e ad assumere a tempo indeterminato sapendo che in caso di necessità, l’azienda può licenziare in piena libertà e serenità senza affrontare una causa di lavoro o scontrarsi con Camusso & Company. Il paese può pertanto ritrovare un percorso di rinascita se finalmente qualcuno avrà il coraggio di levare qualche privilegio e protezione ai lavoratori dipendenti (soprattutto gli statali) per favorire le imprese le quali si sentiranno più ascoltate e supportate.
Questa tipologia di contratto, se esistesse e se soprattutto i sindacati dessero il loro blessing, produrebbe un aumento indiretto della produttività a fronte del rischio di licenziamento senza penali cui può contare l’azienda che assume (ma estendibile anche al settore statale), ed al tempo stesso spingerebbe molte imprese soprattutto estere ad insediarsi in Italia, potendo confidare su zero conflittualità legali o sindacali con le rispettive maestranze essendo garantito loro la facoltà di sciogliere un rapporto di lavoro dipendente (per qualsiasi ragione) senza sostenere oneri o sanzioni. Chi fa impresa è disposto ad investire se può quantificare verosimilmente i costi fissi ed anche quelli variabili, ma soprattutto i contingency costs ovvero i costi non prevedibili in anticipo: come quelli relativi alla chiusura di una linea produttiva per obsolescenza delle merci prodotte o gli oneri legali necessari a supportare una causa di lavoro per il licenziamento di un lavoratore caratterizzato da elevata incompatibilità con i suoi stessi colleghi di lavoro. Continuare invece ciecamente a mantenere l’attuale rigidità sul mercato del lavoro con l’ingerenza soffocante dei sindacati italiani non farà altro che produrre sempre più disoccupati, in quanto sempre più aziende saranno attratte da paesi molto più lungimiranti ed accoglienti in grado di renderle più competitive sui mercati globali.

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