INSIDE JOBS ACT

pubblicato in data 25 Gen 2018 | Scarica in PDF | Stampa |
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Nonostante sia stato approvato oltre due anni fa vi sono ancora numerose persone che non si rendono conto che cosa sia effettivamente il Jobs Act e che cosa abbia prodotto. Soprattutto si può rimanere attoniti alle esternazioni di alcuni rappresentanti del PD che si vantano dei risultati occupazionali prodotti grazie al varo di questa riforma sul diritto del lavoro: soprattutto Renzi non fa altro che ostentare il successo delle sue politiche occupazionali nei suoi precedenti anni di governo. Andiamo per gradi e vediamo se effettivamente è proprio così. Tanto per cominciare il nome: la maggior parte dei lettori penserà che si chiami Jobs Act in quanto riguarda il lavoro (in inglese, jobs significa mestieri o professioni). Non è così: il termine lo hanno fregato a Barack Obama il quale durante i suoi mandati varò il Jumpstart Our Business Startups Actp semplificato in J.O.B.S. Act. Dal punto di vista normativo è composto da molteplici decreti emessi durante il 2015 che ne hanno formato step by step il corpo giurisprudenziale finale. Per sintetizzare e consentire la facile comprensione degli effetti di questa riforma del lavoro possiamo individuare le seguenti due grandi novità introdotte da questo strumento normativo. Il primo è l’istituzione dei famosi contratti a tempo indeterminato a tutele crescenti. Qui dobbiamo subito fare chiarezza, in quanto non viene istituita nessuna nuova tipologia contrattuale come invece si potrebbe immaginare, (e sempre più spesso viene sbandierato) semplicemente viene istituito un regime sanzionatorio predefinito.

Dal punto di vista pratico infatti, il Jobs Act consente al datore di lavoro, in caso di licenziamento senza giustificato motivo di versare al lavoratore dipendente un indennizzo pari a due mesi di stipendio per ogni anno lavorativo. L’indennizzo ha comunque un tetto ossia sei mensilità per aziende con meno di 15 dipendenti e massimo 24 mensilità negli altri casi. Il Jobs Act non è retroattivo vale solo per chi è stato assunto da Aprile 2015 e non vale per il settore pubblico. La seconda novità è rappresentata dalla modifica all’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori che produce la decadenza del reintegro nel posto di lavoro in caso di licenziamento ingiustificato: il lavoratore dipendente in tal senso si dovrà accontentare solo di un indennizzo prestabilito. Rimane l’obbligo di reintegro solo nel caso di licenziamento discriminatorio o soggettivo. La finalità normativa appare evidente: evitare le cause di lavoro per licenziamento con i relativi tempi e costi, che in via preventiva non si possono quantificare in quanto in precedenza il tutto veniva rimesso ad un giudice. Chi avesse letto il Manifesto Economico per l’Italia pubblicato nella prima versione (Release 1.0) durante il 2013 potrà trovare un similare impianto normativo sul RUDAL che avevo ideato (ossia risoluzione unilaterale del datore di lavoro). Il Jobs Act pertanto ha consentito di trasformare e stabilizzare molti contratti di lavoro a tempo determinato che per le tipiche problematiche italiane del mondo del lavoro rimanevano tali per i rischi ignoti a cui va incontro un imprenditore che decida di assumere un collaboratore a tempo indeterminato.

Un environment sindacale meno ostile grazie al Jobs Act e la certezza dell’onere economico da sostenere in caso di licenziamento illegittimo ha creato le condizioni per migliorare il quadro occupazionale favorendo pertanto le assunzioni (leggasi anche conversioni) a tempo indeterminato. Tuttavia questo non è sufficiente a giustificare gli oltre 900.000 posti di lavoro creati dall’inizio del 2014 alla fine del 2017 che Renzi sostiene sono imputabili esclusivamente al suo operato ed al suo Jobs Act. Sussistono infatti due fattori determinanti che non sono correlati al Jobs Act: il primo è rappresentato dalle politiche di bilancio implementate durante la sua guida, politiche che ovviamente hanno avuto il benestare se non la firma di Giancarlo Padoan. Stiamo parlando infatti del corposo programma di detassazione contributiva riconosciuta ai datori di lavoro nei confronti dei neoassunti. Nello specifico parliamo dello sgravio totale riconosciuto sui primi tre anni di assunzione, successivamente ridotto al 40% sui primi due anni. Verso la fine del 2015 si ricordano molto bene le corse in affanno per regolarizzare le posizioni a tempo determinato al fine di beneficiare del bonus contributivo. Siamo certi di questa causa/effetto in quanto se analizziamo la dinamica di evoluzione dei nuovi rapporti di lavoro scopriamo che quelli a tempo determinato sono ritornati a crescere quantitativamente più di quelli a tempo indeterminato una volta esauritosi i benefits contributivi per le nuove assunzioni, mentre quelli cosiddetti atipici hanno registrato performance in aumento degne di una criptovaluta (solo i contratti a chiamata oltre il 120%).

A questo punto appare di buon senso effettuare anche una stima dei danni. Inutile sbandierare fantomatici risultati se questi in realtà impattano pesantemente sui conti pubblici. Di fatto la decontribuzione ossia i bonus per chi aveva assunto è stata messa in conto alla fiscalità diffusa. Anzi è andata a sommarsi al debito pubblico complessivo in termini di copertura finanziaria. Siamo certi di questo perchè come sempre troviamo conferma all’interno del Rendiconto Generale dello Stato e dalle sue rilevazioni a consuntivo. Pertanto scopriamo che, come già ebbi modo di evidenziare in precedenza, il conto delle politiche di incentivazione del lavoro durante i mille giorni di Renzi ha un peso decisamente rilevante: 28 miliardi. Il calcolo può essere riscontrato con facilità da chiunque: è sufficiente in tal senso esaminare il Rendiconto Generale dello Stato per gli anni 2015 e 2016 alla voce “Politiche passive del lavoro ed incentivi all’occupazione” che a sua volta può essere recuperato all’interno dell’Analisi dei Costi per Missione e Programma (del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali). Per il 2017 mancando ancora tali dati a consuntivo possiamo utilizzare il dato della Legge di Bilancio. Emergono pertanto le seguenti poste contabili: 7.168 milioni per il 2015, 12.023 milioni per il 2016 e 9.204 milioni per il 2017.

Ora anche volendo dare per scontato che tutti gli oltre 900.000 posti di lavoro siano unicamente attribuibili al Jobs Act e ai bonus assunzioni, possiamo calcolare che il costo sociale di ogni nuovo posto di lavoro creato è pari a euro 31.100. Se invece consideriamo che almeno la metà dei nuovi posti di lavoro è stata conseguenza di un miglioramento macroeconomico generale in Europa (molto probabile e possibile) di cui anche la stessa Italia ha potuto beneficare, allora in tal senso il costo sociale di ogni posto di lavoro creato da Renzi & Company ammonterebbe ad oltre 60.000 euro. Su queste cifre si dovrebbe aprire una riflessione a livello nazionale tra tutte le parti sociali per comprendere l’effettivo beneficio per il Paese nel sostenere un onere economico di questa portata che successivamente è stato scaricato per la copertura finanziaria sul debito pubblico. Sempre stando alla propaganda mediatica del mainstream scopriamo che l’occupazione in Italia ha superato sul piano quantitativo il numero di occupati che avevamo in epoca pre-crisi, vale a dire che oggi ha superato abbondantemente la soglia dei 23 milioni (il livello di qualche mese prima del default di Lehman Brothers, per la precisione siamo a 23.183.000 sulla rilevazione di fine novembre 2017). Letti con questo paradigma il dato appare molto positivo e potrebbe far pensare ad un miglioramento strutturale dell’occupazione in Italia, tuttavia dobbiamo analizzare il dato anche in rapporto all’incremento della popolazione nazionale che dal 2007 al 2016 è aumentata di quasi due milioni, passando dai 58.8 ai 60.6 milioni di persone. Conteggiando pertanto anche l’incremento demografico siamo ancora decisamente distanti dai livelli pre-crisi almeno in termini percentuali sulla popolazione complessiva.

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