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Five things to do list

pubblicato in data 15 Mar 2013 | Scarica in PDF | Stampa |
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Non appena due giorni dopo le elezioni politiche di Malta del 9 Marzo, il nuovo primo ministro laburista, Joseph Muscat, si è messo tosto all’opera prospettando alla nazione un governo stabile in sinergia anche con la parte politica che è risultata sconfitta, il partito nazionalista, il cui leader nonché primo ministro uscente, Lawrence Gonzi, si è subito dimesso dalla guida del partito, sottolineando di aver mal gestito la campagna elettorale e di conseguenza la perdita delle elezioni per la sua forza politica. Mi verrebbe da fare una curiosa analogia al contrario con l’Italia ! Joseph Muscat ha vinto con una percentuale di consenso oltre il 55%, ad oggi è il secondo primo ministro più giovane della storia di Malta, dopo il tanto amato Dom Mintoff, scomparso lo scorso anno, che ha portato Malta all’indipendenza dalla Corona inglese. Noi italiani abbiamo votato più di due settimane fa: nonostante le condizioni economiche ormai avverse, destinate a peggiorare nel breve termine, nonostante il recente e pericoloso downgrade di Fitch, nonostante i suicidi quotidiani di piccoli imprenditori e contribuenti vessati, le forze politiche che sono emerse con l’ultima votazione stanno dando tutte dimostrazione di grave irresponsabilità.
Sono certo che riceverò pesanti critiche, per non parlare di insulti gratuiti, ma PDL, PD, Monti e anche il Movimento 5 Stelle stanno ognuno dando il peggio di se, arroccandosi su individualismi, sentimenti di disprezzo e vanità di partito degne di un ulteriore downgrade al debito italiano. Magari copiassero questo piccolo e grande paese al centro del Mediterraneo idealizzando per convergenza di interessi intanto su un governo di coalizione con un programma di massimo tre o cinque punti chiave, accantonando per qualche semestre, differenze di vedute, ideologie di appartenenza e aspettative elettorali. Forse si rivoterà tra sei mesi. Forse. Intanto il paese dovrà affrontare un altro semestre in balia di sé stesso con un aumento di chiusure efallimenti aziendali che impatteranno sempre di più sul piano occupazionale e sul gettito fiscale. Non si chiede al prossimo governo di cambiare subito il paese, questo infatti presupporrebbe imponenti e lente riforme costituzionali che richiedono più di due anni, ma almeno di dare una dose di ricostituente ad aziende e contribuenti che li consenta di uscire dall’apnea finanziaria e dall’odissea fiscale che stanno vivendo. Se potessi proporre una lista di cinque punti per arrivare a questo, non avrei dubbi su cosa fare nell’immediato.
Punto primo: totale detassazione degli utili reinvestiti in azienda, senza forse e senza ma. Chi produce ricchezza e la reinveste per ammodernare gli impianti, per internazionalizzare la propria impresa o per riqualificare le risorse umane gode della totale esenzione dell’IRES. Punto secondo: commissariamento a tempo indeterminato delle fondazioni bancarie dei cinque grandi gruppi bancari italiani e dei loro diritti di voto in seno alle rispettive assemblee degli azionisti, il tutto senza mutare gli attuali assetti proprietari. In buona sostanza si tratta di dettare le politiche di gestione del credito in Italia, mettendo in secondo piano le politiche di erogazione dei dividendi, tanto amate invece dalle fondazioni bancarie. Questo controllo sarebbe esercitato dal MEF allo scopo di poter avere in questo momento di impasse uno strumento operativo (le redini delle più grandi banche italiane) a cui demandare una specifica attività di affidamento del credito sul territorio. Punto terzo: cartolarizzazione forzata con strumenti ibridi di debito collaterale gli oltre 70 miliardi che vantano ancora migliaia di imprese italiane dalle pubbliche amministrazioni. In questo modo si alimenterebbe un circolo virtuoso grazie a fondi liberati ed immessi in circolazione.
I titoli di debito di nuova emissione sarebbero scontati dalle grandi banche nazionali che sarebbero controllate dal commissariamento in atto. Punto quarto: abrogazione dei dispositivi e metodi di calcolo induttivo del reddito con contestuale decadimento della presunzione oggettiva da parte dell’Agenzia delle Entrate. Questo consentirebbe di eliminare Redditometro e Spesometro ed incitare i contribuenti a rimettere in circolazione il denaro alimentando corposamente i consumi, senza mai più temere per accertamenti di reddito presunto: in definitiva saranno gli uffici finanziari a dover dimostrare oggettivamente che il singolo contribuente è un evasore. Punto quinto: tassazione ed istituzione della prostituzione (Sex Tax) ed in parallelo istituzione della Health Tax come già in precedenza descritto, quest’ultima in sostituzione della tanto odiata IRAP ed in grado di ridimensionare copiosamente e meritocraticamente i costi della spesa sanitaria pubblica corrente, stimata per il 2012 a 115 miliardi, in crescita costante del 3/4% all’anno. Le misure del quinto punto consentirebbero di generare nuovo gettito fiscale (stima 15/20 miliardi annui con la Sex Tax) ed al contempo realizzerebbero significativi risparmi annui nell’ordine dei 20/25 miliardi annui su alcune componenti della spesa sanitaria come l’assistenza ospedaliera, l’assistenza farmaceutica e l’assistenza medica di base.

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