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Ultima chiamata

pubblicato in data 27 Mar 2012 | Scarica in PDF | Stampa |
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Tutta l’opinione pubblica con la complicità dei mass media è incentrata ormai da quasi tre mesi solo ed esclusivamente sull’articolo 18. Come sempre l’italiano della strada è pervaso di classismo sociale per cui se sei a favore della sua abolizione allora sei un sporco capitalista, mentre se sei contrario sei un povero comunista. Da oltre otto anni ho delocalizzato la mia vita e la mia attività professionale in un altro paese europeo, questo con l’intento di ricrearmi una sorta di scialuppa di salvataggio nell’eventualità che l’Italia faccia la fine della Costa Concordia (possibilità giorno dopo giorno sempre più elevata). Attenzione ho menzionato il Costa Concordia e non il Titanic, il primo esempio infatti porta a immaginare all’arenamento del paese e non al suo affondamento. Sulla carta infatti abbiamo almeno evitato il baratro finanziario, non che questo debba spegnere la sirena d’allarme che sta suonando da qualche anno.
Sino ad oggi la possibilità di rivedere o eliminare questo articolo di legge è contemplata solo come casistica di danno per i lavoratori, nessuno affronta il tutto dalla parte di chi invece fa impresa. Il paese è diviso in due: chi sta con i sindacati e chi si schiera contro. Sul piano economico l’Italia non è una democrazia de facto, infatti è succube di una dittatura sindacale ortodossa. Dopo questa affermazione immagino gli insulti ed offese che mi arriveranno, a cui ormai faccio spallucce, pur tuttavia lasciatemi raccontare un episodio. Alcuni mesi fa sono stato invitato a tenere una lectio magistralis presso un istituto superiore di una regione meridionale, al termine del mio intervento molti studenti mi hanno avvicinato raccontandomi come oggi grazie ai sindacati non sia possibile implementare nel loro territorio le 35 ore. Queste ultime niente hanno a che fare con Bertinotti, quanto piuttosto alla possibilità per nuove aziende di insediarsi nel territorio in questione creando occupazione a tempo indeterminato, incentivate dal fatto che i giovani disoccupati del posto (pur di lavorare) sono disposti a fare 40 ore settimanali e farsene retribuire solo 35.
In Italia tutto questo rappresenta un’eresia, è tabù proprio come l’articolo 18.  Infatti non è previsto derogare ad un contratto nazionale e né alla concertazione sindacale: così facendo si genera disoccupazione ortodossa a causa di un establishment sindacale con una mentalità ormai obsoleta e fallimentare. Negli altri paesi questa possibilità (non imposta, ma proposta dalle stesse maestranze)  sarebbe vista come lungimiranza e buon senso. Negli altri paesi, ma non in Italia. Al momento attuale la moria di aziende unita al tasso di abbandono (anche per fenomeni di  delocalizzazione) provocherà un costante peggioramento delle opportunità di occupazione, in quanto ormai è pura follia continuare a produrre in Italia avendo le opportunità di insediamento produttivo in paesi a noi vicini come Serbia, Turchia e Slovacchia (senza contare gli sgravi fiscali). Ormai è un’ultima chiamata per il paese, osservato speciale dall’esterno, obbligato a dare dimostrazione di un cambio di mentalità abbandonando le logiche medioevali a cui si è ispirato sino ad oggi: e vai con gli insulti.
Come più volte ho ricordato e scritto i lavoratori dipendenti italiani (solo quelli assunti a tempo indeterminato) sono sempre stati protetti da tutti a da tutto oltre ogni ragionevole buon senso, ed anche loro presi nella generalità rappresentano l’ennesima casta di privilegiati ed intoccabili del paese. Tuttavia adesso con la metamorfosi di tutta l’economia occidentale e lo spostamento verso l’Asia del baricentro del mondo produttivo, ci troviamo volenti o nolenti a dover rivedere questo protezionismo sociale sfrenato del posto di lavoro. Sono veramente pochi quelli (sia lavoratori che imprenditori, non parliamo dei sindacalisti) che oggi riescono a proiettarsi con la mente a quello che sarà il destino che attende il nostro paese ed il suo potenziale occupazionale. L’Articolo 18 se non sarà accettato dai partiti e dalle forze sindacali, assieme a una maggior deregulation del mercato del lavoro sarà in ogni caso imposto nei prossimi anni dal mercato con tutte le sue spiacevoli conseguenze.
Ma non sarà imposto dal mercato delle imprese italiane, ma da quello delle imprese italiane controllate da quelle cinesi. Stiamo subendo una lenta, e progressiva opera dipenetrazione da parte di imprese, lavoratori ed artigiani cinesi proprio all’interno di casa nostra: all’inizio si limitavano a comprare la tabaccheria e la pizzeria del nostro quartiere, adesso con il sostegno di Pechino stanno acquistando partecipazioni in aziende strategiche italiane, marchi, know how e brevetti italiani, oltre a detenere una parte consistente del nostro debito pubblico (superiore al 4%). Di fatto in Italia si stanno già creando le condizioni esogene per una devolution del mercato del lavoro non più soggetto alla contrattazione sindacale come un tempo. Stando alla mentalità classista italiana che ingessa il paese e non lo porta a difendersi o a studiare manovre di contenimento (al di là della ormai occulta compiacenza politica italiana) è quasi certo che i vostri figli e nipoti saranno condannati nella maggior parte dei casi a fare gli sguatteri e i manovali a chiamata dei cinesi.

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