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La favola delle riserve auree

pubblicato in data 19 Gen 2013 | Scarica in PDF | Stampa |
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Scrivo questo articolo con lo scopo di far chiarezza sulle esternazioni di tanti cialtroni che si possono trovare in rete ogni qualvolta si ricerchino informazioni e notizie sullepolitiche monetarie delle banche centrali, sulla riserva frazionaria e anche sulleriserve auree di ogni paese. Andiamo in ordine: secondo la maggior parte di questi invasati, che scrivono di complotti contro tutto il mondo, le riserva auree italiane sono state devolute alla BCE da circa 12 anni per far nascere l’euro e soggiogare pertanto tutti i popoli che ora sono stati impoveriti e quindi non hanno più mezzi di redenzione economica. Vi è di più: stando a questi bloggers improvvisati (che si nascondono sempre dietro a un nickname di fantasia) le riserve sarebbero state svenduteancora tempo addietro alle grandi banche centrali sovranazionali e non sarebbero più disponibili per la popolazione italiana. Gli stessi sottolineano e promuovono sempre e comunque tesi insostenibili sul genere della favola delle riserve auree in base alla quale mettendo mano alle riserve auree si potrebbero risolvere tutte le crisi del nostro paese, dando finalmente piena convertibilità aurea alle banconote italiane in circolazione.
Cominciamo con il quantificare le riserve: secondo l’ultima relazione sul bilancio della Banca d’Italia le riserve auree italiane ammontano a 2.452 tonnellate, che al fixing odierno di un’oncia d’oro hanno un controvalore di 145 miliardi di USD che al cambio eur/usd di 1.3275 fanno circa 109 miliardi di Euro. Le riserve auree italiane rappresentano la terza riserva aurea al mondo, dopo quelle di Stati Uniti di Germania, quarta se consideriamo anche la dotazione del FMI. Tale ammontare è rimasto presso chè invariato negli ultimi dieci anni, vale a dire che non si sono verificate operazioni di smobilizzo che ne hanno ridimensionato il montante. La notizia che tuttavia sconvolgerà molti bloggers complottisti è che queste riserve non sono ubicate massivamente a Francoforte o Bruxelles come si vorrebbe far credere, ma sono segregate e custodite a Roma in Via Nazionale, presso Palazzo Koch (sede storica della Banca d’Italia). Ad essere pignoli non sono proprio tutte 2.452 segregate a Roma, una percentuale modesta si trova segregata presso altre banche centrali del mondo inqualità di collaterale per precedenti operazioni di politica monetaria (pensiamo a quando esisteva la piena convertibilità con il dollaro).
Per ovvie ragioni di convenienza e rischio, i gold bars (lingotti d’oro) non vengono mai spostati logisticamente, ma rimangono nella titolarità dell’effettivo proprietarioattraverso un vincolo di indisponibilità presso il soggetto che li ha in depositoo li custodisce: quindi sostanzialmente non si verifica mai lo spossessamento materiale. Lo stesso tipo di approccio è stato riprodotto quando è stata costituita la Banca Centrale Europea la quale è nata con una propria dotazione di 502 tonnellate di metallo giallo. Tutto questo oro in realtà non è fisicamente posseduto in proprio dalla BCE, in quanto le singole banche nazionali che costituiscono il suo azionariato hanno effettuato un conferimento in garanzia pro-quota (l’Italia al 12%) tuttavia con possesso in proprio. Questo significa che una parte della consistenza fisica segregata a Palazzo Koch (60 tonnellate per la precisione) è nella disponibilità della BCE, quale effettivo proprietario di quella provvista di metallo, ma è in possesso della Banca d’Italia. Tecnicamente si suole utilizzare il termine di safekeeping deposit per identificare queste circostanze.
Recentemente abbiamo avuto modo di sentire svariati interlocutori politici proporre losmobilizzo di parte delle riserve auree per contrarre quantitativamente il peso del debito pubblico: come avete potuto apprendere in testa di lettura, le riserve ad oggi valgono 109 miliardi di euro, uno smobilizzo totale produrrebbe una contrazione di appena il 5% dello stock di debito pubblico complessivo (2020 miliardi, ultima rilevazione). L’operazione (ammesso che sia possibile sul piano istituzionale) pertanto avrebbe un risultato complessivo piuttosto modesto: ricordiamo sempre che le riserve auree sono identificate universalmente anche come gradiente di ricchezza implicita di un paese: una sorta di ultimo salvadenaio a cui attingere prima di andare a colpire coattivamente il patrimonio dei contribuenti. Al momento attuale pertanto, con uno scenario politico non ben definito, rappresentano ancora una garanzia consistente per i detentori non residenti del debito pubblico: andarle a smobilizzare comprometterebbe quelle poche sicurezze che possiamo spendere sul piano internazionale in termini di collaterali a garanzia. Forse è anche per questo che l’Italia difficilmente può dichiarare default, avendo molto da cui attingere all’ultimo momento.

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