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C’ERA UNA VOLTA IL BANCO

pubblicato in data 8 Giu 2017 | Scarica in PDF | Stampa |
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Durante la prima metà del 2007 (esattamente dieci anni fa) quando iniziarono a manifestarsi le prime avvisaglie della tempesta finanziaria che sarebbe arrivata l’anno dopo – ricordiamo a tal proposito le code di correntisti alle filiali della Northern Rock nel Regno Unito – il primo ministro spagnolo di allora, Jose Luis Zapatero affermava a gran voce innanzi ai media internazionali che il sistema bancario spagnolo era tra i più sicuri e solidi d’Europa. Dodici mesi dopo abbiamo invece appreso che quasi tutte le grandi banche spagnole sarebbero diventate velocemente insolventi se non si fosse implementato una qualche forma di aiuto sistemico di portata epocale. Venne concepito allora con l’aiuto delle autorità sovranazionali europee il SAREB (Sociedad de Gestion de Activos procedentes de Restruturacion Bancaria), volgarmente chiamato il Banco Malo su cui in passato ho avuto modo di scrivere e parlare abbondantemente. Lo stesso Mariano Rajoy in questi ultimi mesi ha avuto occasione di ricordare che successivamente al repulisti finanziario andato in scena negli anni precedenti, adesso il sistema bancario spagnolo si può considerare sicuro e possente. Purtroppo anche lui si è sbagliato, nonostante il suo straordinario operato in questi ultimi due anni che hanno prodotto un significativo recovery economico per tutto il paese iberico che ora viaggia con la crescita del PIL più vigorosa di tutta l’Eurozona (3.2% nel 2015 e 3.3% nel 2016). Le recenti vicende che hanno colpito il Banco Popular, mettendo in evidenza lo stato di sofferenza e vulnerabilità di questa banca ispanica, hanno raggiunto il loro climax mediatico proprio ieri quando il banco è stato acquistato simbolicamente per un euro dalla più grande banca di Spagna, il Banco di Santander.

Andiamo per gradi e capiamo l’importanza e la tragicità di questa vicenda di cronaca finanziaria. Per dimensione di attivi detenuti alla fine del 2016, il Banco Popular poteva essere considerata la sesta banca di Spagna dopo rispettivamente Santander, BBVA, La Caixa, Banco di Sabadell e Bankia. La quota di mercato a livello retail si attestava al 7%, mentre il banco aveva una posizione di maggiore spicco nei confronti dei servizi di finanziamento erogati alle PMI (18% di peso strategico). Proprio questa ultima caratteristica ed attitudine gli permisero di avere un posto in prima fila quando esplose la bolla immobiliare alla fine del 2007 in Spagna. Proprio la dimensione e qualità degli attivi tossici correlati al mercato immobiliare ha portato al collasso dell’istituto bancario, prima lentamente e dopo vertiginosamente. Gran parte di questi asset tossici (attici, ville, appartamenti) erano visibili ed analizzabili mediante la special purpose vehicle adibita alla loro vendita Aliseda Inmobiliaria di cui ho avuto modo di illustrarne le potenzialità ed opportunità in passati workshop sugli investimenti immobiliari in Spagna. Diversamente dalle altre majors spagnole, il Banco Popular non ha ceduto attivi tossici al Sareb (ed in questo modo non realizzando perdite in passato) preferendo gestire direttamente lo smobilizzo di questo patrimonio immobiliare che nel frattempo il banco aveva assorbito dai suoi clienti insolventi. Le perdite realizzate dalla banca ispanica solo nel 2016 ammontavano a quasi 2 miliardi di euro. Nel tempo il Banco Popular ha visto elevarsi il livello dei propri NPL (non perfoming loans, crediti inesigibili) a oltre 17 miliardi di euro: considerando un totale di 176 miliardi di attivi, tale importo metteva la banca in condizione di essere sostanzialmente incapace di far fronte ai propri impegni nel medio termine.

Tanto per dare un metro di paragone, nel 2016 la capitalizzazione della banca ammontava a circa 4 miliardi di euro, pertanto le perdite sui crediti avevano una dimensione quattro volte superiore al capitale proprio della banca. In termini tecnici si direbbe che il Texas Ratio è al 400%: vi invito alla lettura di Apocalyps€uro per approfondire questa tematica e verificarla per le banche italiane. Sul piano pratico pertanto si è cercato nel rispetto della nuova BRRD ad una soluzione veloce, efficace e indolore per i contribuenti, in grado di garantire al 100% i depositanti e correntisti (sino alla soglia dei famosi 100.000 euro). Tecnicamente si è implementata una procedura di burden sharing (condivisione degli oneri). In buona sostanza azionisti ed obbligazionisti del Banco Popular hanno visto azzerarsi completamente il valore dei loro strumenti finanziari di partecipazione alla vita dell’impresa (è successo lo stesso anche in Italia con la saga delle quattro banche maledette collegate al Decreto Salva Banche). Sus titulos no vale nada (per dirla in castigliano): 305.152 azionisti hanno perduto tutto e tra questi vi sono anche nomi altisonanti come il più grande gestore di risparmio al mondo, BlackRock, che tuttavia nei mesi precedenti aveva provveduto a diminuire la sua partecipazione al capitale della banca dal 4% al 1.75%. Alla fine il perchè di questo “fracasso” (fallimento in castigliano) è attribuibile ai seguenti elementi discriminatori: errata gestione del rischio creditizio (della serie incompetenza manageriale), concessione di credito immobiliare in assenza di criteri professionali (della serie diamo il prestito agli amici degli amici) ed infine gestione societaria del banco basata su un assenza di trasparenza manageriale.

Strano, è accaduto in Spagna eppur mi ricorda qualcosa e qualcuno in Italia, in Veneto particolarmente. Ora il Banco di Santander rappresenta la banca spagnola per antonomasia a fronte dell’acquisizione di tutte le attività del Banco Popular che continua ad esistere dentro la veste giuridica del Santander, che nel frattempo diventa la quinta banca in Europa, dopo HSBC, BNP Paribas, Credit Agricole e Deutsche Bank. L’operazione nel suo complesso ha permesso di evitare un pericoloso effetto shock sull’economia dell’intero paese spagnolo, cosi facendo si garantisce continuità all’attività economica della clientela e soprattutto si trasmette fiducia e tranquillità a chi detiene depositi bancari. Alla fine (e giustamente) hanno perduto denaro gli stakeholders che partecipano al capitale di rischio primario e subordinato della banca, gli stessi soggetti che tuttavia dovrebbero essere i primi a vigilare sull’operato del management in quanto è il loro denaro che viene utilizzato per svolgere l’attività di impresa. Termino con questa considerazione in forza delle recenti istanze ricevute dal M5S: i problemi strutturali e periodici di gran parte delle banche nei paesi mediterranei si soluzioneranno definitivamente solo con una riforma della loro struttura organizzativa interna e del processo decisionale interno che attribuisce il credito. Non servono grandi banche in tal senso, ma sistemi di governo basati sulla trasparenza e professionalità manageriale, impedendo soprattutto l’ingerenza politica su ogni fronte.

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