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Questione di bolle

pubblicato in data 17 Gen 2014 | Scarica in PDF | Stampa |
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Nell’estate del 2008, ancora con qualche mese di anticipo al crash di Lehman Brothers, ma in prossimità dell’accentuarsi delle difficoltà sempre più palesi del mercato dei mutui sub-prime, Jared Bernstein, Chief Economist and Economic Advisor, di Joseph Biden, vicepresidente degli USA durante il primo mandato di Obama, coniò per la prima volta il termine di “shampoo economy”. Oltre ad essere considerato uno dei più brillanti economisti della corrente economica di stampo progressista negli States, è spesso editorialista del Washington Post con articoli di commento sui principali eventi di natura economica nel mondo ed anche ospite opinionista nelle trasmissioni di approfondimento tematico della CNBC. Con il termine di shampoo economy, Bernstein ha voluto definire in modo non convenzionale l’epoca in cui stiamo vivendo soprattutto sul versante economico: in sintesi il modello di sviluppo economico su cui hanno fondamento tutte le economie avanzate genera periodicamente bollespeculative che presto esplodono obbligando l’intervento delle autorità monetarie per garantire la stabilità e la fiducia.
Successivamente alla fase di stabilizzazione basta aspettare e dopo qualche anno si ricreano le condizioni per l’innesco di un’altra bolla pronta ad esplodere con tutte le sue conseguenze obbligando nuovamente il regolatore monetario ad intervenire per infondere fiducia sui mercati ed evitare il collasso finanziario. Le bolle hanno tutte le medesime caratteristiche come insegnava Hyman Minsky, l’unico elemento che le rende diverse sono le asset class che colpiscono di volta in volta: beni immobili (case in Spagna e Usa), azioni (lo sboom del Nasdaq nel 2000), materie prime (oro & argento), beni deperibili (tulipani in Olanda nel 1630), monete digitali (bitcoin) e divise tradizionali (franco svizzero). L’idea di affibbiare all’economia l’aggettivo “shampoo” è stata più che mai azzeccata: proprio come lo shampoo per capelli produce le bolle di sapone che scompaiono appena ci passate l’acqua (per analogia l’intervento delle autorità) e ricompaiono non appena iniziate nuovamente a frizionarvi il cuoio capelluto (interazione quotidiana degli attori economici). In tal senso quindi shampoo economy ovvero economia che genera periodicamente bolle, le risolve e successivamente le riforma.
Il concetto di bolla speculativa od economica è osmoticamente collegato a quello dimoral harzard. Con questo termine (tradotto in italiano sarebbe azzardo morale) si vuole indicare una specifica condizione del mercato, tanto finanziario quanto immobiliare, che consente ad un soggetto (sia esso persona fisica o entità legale) di effettuare un’operazione di investimento o una transazione economica che comporta l’assunzione di determinati rischi sapendo ingenuamente che in caso di esito sfavorevole il danno cagionato sarà saldato e ripagato da altri. Soffermatevi a pensare ora quanto è accaduto negli ultimi cinque anni, la fase di destabilizzazione di interi paesi, grandi banche sistemiche, società multinazionali e persino piccole banche di credito cooperativo. Tutto si è basato proprio su questa constatazione: nessuno ha mai dovuto pagare per i proprio errori. E quando dico nessuno intendo nemmeno i piccoli investitori o risparmiatori che magari hanno affidato i loro investimenti a istituti bancari e finanziari il cui management ha compromesso la solidità patrimoniale della banca stessa con strategie ed investimenti di mercato fallimentari.
Sembra che non esista più il motto “chi sbaglia, paga” o peggio a nessuno fa piacere che possa ritornare in auge: per questo motivo oggi abbiamo ancora banchieri, policy makers e regolatori che hanno compresso la stabilità e la serenità dell’epoca contemporanea che rimangono tuttora al loro posto, magari suggerendo che cosa si dovrebbe fare per risanare quei danni che proprio loro hanno creato o provocato indirettamente. Per questo motivo le bolle continueranno a ripresentarsi, sempre più invasive e destabilizzanti. Ad Harvard si insegna, con grande riluttanza, che ormai l’unico modello economico ancora esistente è il socialismo, visto che il comunismo è fallito nel 1989 e il capitalismo nel 2008. Senza la socializzazione delle perdite o ilricorso sistematico all’inflazione (aumento della base monetaria a copertura di buchi finanziari) oggi forse vivremmo in un economia più selettiva e più giusta, in termini di ricerca del merito e lungimiranza del buon “pater familias” A titolo di cronaca,Germania e Svizzera sono in bolla, immobiliare, finanziaria e valutaria: si tratta come sempre di aspettare ed assistere socialisticamente le prossime vittime sfortunate.

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