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The fragile five

pubblicato in data 7 Mar 2014 | Scarica in PDF | Stampa |
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Come ho avuto modo di parlarne anche in altri contesti il 2014 dovrebbe rappresentare sul piano finanziario un anno a sé stante rispetto al primo quinquennio post inizio crisi quasi fosse una sorta di spartiacque. I mercati finanziari delineano ormai sempre più in misura inequivocabile una struttura multipolare in cui il ruolo di leadership economica degli USA viene intaccato giorno per giorno. Chi investe sui mercati i proprio risparmi o amministra quelli di altri deve fare i conti con questo mutamento e con i vari rischi sistemici che rimangono tuttora presenti, seppur affievoliti. L’ipotesi di default di stati, monete sovranazionali o grandi banche sistemiche sembra ridimensionato o addirittura scomparso: l’unico appuntamento che potrebbe generare elevata volatilità sui mercati finanziari è dato dalla ormai tanto attesa tornata elettorale in Europa su cui sono state fatte anche recentemente diverse ipotesi sul possibile esito finale. L’economia mondiale in senso stretto rimane quasi ipnotizzata dalle forward guidance delle varie banche centrali, sostanzialmente le indicazioni su cosa si farà in futuro, piuttosto che su quanto si è deciso di fare operativamente a breve termine.
Questo rappresenta un elemento di novità nella storia dei mercati finanziari che da oggi scontano tutti aspettative di miglioramento o di possibile intervento monetario non convenzionale nel medio e lungo termine: di certo la fine delle politiche monetarie aggressive impatterà profondamente sulla stabilità e volatilità dei mercati tanto azionari quanto obbligazionari. Gli USA sono al momento la macro area economica che vanta le migliori prospettive economiche, questo grazie ad una nuova politica energetica nazionale improntata sullo sviluppo dello shale and oil gas, una sapiente ristrutturazione del debito privato all’interno dei bilanci delle aziende americane che consentirà un abbattimento degli oneri finanziari e un tasso di crescita economica complessivo superiore al tasso di rifinanziamento dello stock di debito pubblico. Nel vecchio continente lo scenario è invece più fosco: la crescita europea rimane debole e modesta, frutto di una media ponderata dei contributi dei singoli paesi, l’Italia e l’euro rimangono tuttora le due grandi incognite nel breve termine. Le elezioni di maggio infatti potrebbero mettere fine alle politiche di austerity che fuori dai confini comunitari danno invece molta credibilità alla moneta unica e a tutta l’Unione Europea.
La Cina sta tentando di gestire un passaggio di consegne storico, abbandonare il cliche mondiale di grande fabbrica del mondo per puntare ad una riqualificazione delle proprie produzioni, innescare la crescita dei consumi interni e soprattutto contenere i fenomeni di deterioramento della qualità del credito delle grandi banche di investimento cinesi. Xi Jiping, il nuovo presidente cinese, deve far metabolizzare al paese la saturazione infrastrutturale prodotta in dieci anni di corsa economica sfrenata: in questo contesto si deve leggere come propedeutico la scelta di abbandonare la politica del figlio unico (tuttavia solo in presenza di certe condizioni). La vera minaccia per la stabilità dei mercati ci porta quindi a volgere lo sguardo verso l’Asia dove oltre alla Cina stiamo osservando da più di un anno il realizzarsi del più grande esperimento (o follia) di politica monetaria da parte del Giappone, i cui risultati se raffrontati alla dimensione degli interventi apportati sono ancora piuttosto modesti. Il nuovo quarto blocco economico nel mondo è oggi rappresentato dai Fragile Five(termine coniato da Morgan Stanley) ovvero cinque paesi le cui economie sono diventate troppo dipendenti dagli investimenti esteri: Brasile, Indonesia, India, Turchia e Sudafrica.
L’annuncio del tapering in Maggio del 2013 da parte della FED abbiamo visto che conseguenze in termini di stabilità finanziaria ha prodotto su questi singoli paesi, oggi in profondo affanno economico e valutario. Per il piccolo e medio investitore e risparmiatore l’orizzonte sembra non delineare nulla di buono. Già nel 2015 avremo l’implementazione di politiche monetarie restrittive da parte di tutti, la maggior parte delle asset class cosidette risk free (governativi di massimo rating) già oggiproducono un rendimento reale nullo o addirittura negativo: per comprendere questo passaggio, considerate a riguardo che nel 2007 il 90% dei governativi sui mercati occidentali poteva remunerare il capitale con un tasso di oltre il 4% ed una volatilità inferiore ad un punto percentuale, nel 2013 per avere lo stesso tipo di rendimento bisognava concentrarsi sugli High Yield accettando tuttavia una volatilità avversa di portafoglio anche superiore al 10%. Purtroppo non esistono più né rendimenti sicuri e né asset class sicure, continuo a ricordarvelo per chi mi scrive e me lo chiede nello specifico, oggi la soluzione più efficiente ed efficace non è una singola asset class ma un basket di strategie operanti su rischi paese, valute e diverse asset class. Solo accettando un maggior rischio rispetto al passato è oggi possibile conseguire sia un rendimento soddisfacente che paradossalmente una maggior protezione di portafoglio.

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