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TRUMPONOMICS

pubblicato in data 2 Mar 2017 | Scarica in PDF | Stampa |
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Sono passati ormai cento giorni dalla proclamazione di Donald Trump alla carica di 45esimo Presidente degli Stati Uniti. Abbiamo assistito durante questo lasso di tempo a una nauseante e ridondante propaganda di regime messa in scena dall’attuale establishment mediatico internazionale proprio contro la sua figura e tutto quello che rappresenta. Vedere come ogni telegiornale italiano commenta ogni passo o scelta della nuova amministrazione statunitense per mano di Trump produce un senso di disprezzo e ripudio nei confronti di quasi tutto il giornalismo italiano. Se qualcuno aveva l’idea che vivessimo sotto l’egemonia ed il controllo di qualcosa o qualcuno, può metterci la firma. Esiste un main stream istituzionale che si sta battendo con tutti i suoi strumenti per cercare di sopravvivere all’avanzata di quello che viene etichettato come populismo ma che lo stesso Trump ha indicato essere invece la più intima volontà della silent majority. Da qualche settimana abbiamo iniziato a fare anche i conti con un nuovo vocabolo in ambito di cronaca giornalistica ossia trumponomics, l’ironica denominazione con cui viene identificata la politica economica del nuovo presidente. Similmente avvenne in Giappone tre anni fa con Abe Shinzo il quale dette vita alla Abenomics. La trumponomics in questi primi mesi di vita del mandato presidenziale si sviluppa attraverso cinque aree tematiche di intervento federale e infrastrutturale: lavoro (employment), commercio (trade), tassazione (fiscal policy), politica monetaria e deregulation. Vediamo in rassegna esplicativa ogni punto del programma.

Lavoro: sin dall’inizio della campagna elettorale Trump si è sempre espresso a favore ed in difesa dei posti di lavoro americani. Ricordiamo a tal proposito il mantra ad ogni comizio pubblico: to protect american jobs. Trump fa paura perchè sembra essere l’unico politico nel mondo occidentale che fa esattamente proprio quello che ha promesso durante la campagna elettorale. L’obiettivo che si è posto consiste nel creare oltre 22 milioni di posti di lavoro durante la sua amministrazione (quanto hanno prodotto i due mandati di Obama grazie anche all’appoggio della Federal Reserve) in modo da essere il primo presidente nella storia degli States ad aver creato più posti di lavoro in assoluto. Il suo governo ha già dato dimostrazione di avere un approccio dirigista ovvero esercitare una forte influenza (jawboning) sui settori produttivi, attraverso un sistema di incentivi che indirizzano gli investimenti delle imprese verso quello che viene riconosciuto come l’interesse pubblico o generale. L’incontro che tenne qualche settimana fa con i produttori di auto di Detroit è stato un esempio da manuale di scuola: tutte le importazioni di beni e semilavorati che avessero fatto le Tre Grandi (GM, Ford e FCA) dal Messico sarebbero state colpite da un dazio del 35%. Commercio: l’impostazione protezionistica volta a proteggere i posti di lavoro in America potrebbe dar vita ad una faida globale con Cina, Giappone, UE e Messico. Tanto per dare qualche numero, gli States importano ogni anno 500 miliardi di merce dalla Cina e oltre 300 dal Messico.

Il TTIP con la UE è stato messo al bando, il TPP (Trans Pacific Partnership) è stato ritirato, il NAFTA è in revisione e sul WTO presto arriveranno limitazioni atte a colpire proprio la Cina. La creazione di nuovi posti di lavoro dovrebbe iniziare proprio in questo modo: eliminare la concorrenza sleale e proteggere il potenziale manifatturiero statunitense. Il main stream mediatico internazionale ha definito questo freno alla globalizzazione. Il motto che viene spesso citato dal team di governo è smart trade, not stupid trade. Sostanzialmente gli USA sono consapevoli che è in atto un cambio di leadership mondiale che vedrà la Cina nel prossimo decennio come primo player mondiale sia in campo commerciale che militare, ragion per cui si sta adottando una strategia di attacco proprio per implementare invece una tattica di difesa. Passiamo ora alla politica fiscale: sul tavolo ci sono investimenti in infrastrutture per un trilione di dollari (mille miliardi) soprattutto per viabilità e logistica dei trasporti. Negli States si stima che ogni miliardo speso nel settore pubblico genera con il suo indotto oltre 20mila posti di lavoro nuovi. Ma è sulla fiscalità diffusa che si gioca la partita più significativa. Le aliquote della personal income tax sono destinate a passare da sette a tre scaglioni con rispettivamente il 12%, il 25% ed il 33%. Da un’analisi comparativa con le aliquote attuali in vigore si può osservare che la precedente aliquota più bassa del 10% viene elevata di due punti, mentre quella più elevata del 40% viene abbassata di sette punti al 33%. Cambieranno anche le soglie di beneficio per l’applicazione delle suddette aliquote: ad esempio oggi l’aliquota del 15% si applica sino a 37.500 dollari, mentre con la nuova riforma di Trump tale soglia viene elevata sino a 75.000 dollari.

La ratio di questa proposta è piuttosto condivisibile: aumentare il reddito netto disponibile della middle class (il motore di ogni economia occidentale) in modo da avviare un circolo virtuoso sui consumi privati. In aggiunta a questo la revisione della small companies corpotate tax ovvero l’imposta che colpisce il reddito delle piccole e medie imprese che scenderà dall’attuale 38% al 15%. Queste nuove misure fiscali dovrebbero stimolare nuovi investimenti e alimentare una crescita economica di almeno il 4%. Sulla politica monetaria invece si intravede aria di tempesta in quanto il nuovo presidente è già entrato in contrasto con la Yellen evidenziando come il livello dei tassi sia artificiosamente troppo basso: su questo fronte l’amministrazione di Trump proverà per la prima volta a ridimensionare l’indipendenza della Federeal Reserve in modo da manipolare la creazione di moneta per il perseguimento strumentale di obbiettivi nazionali. L’ultima area tematica è rappresentata dalla deregulation. Trump ha ricordato in più occasioni che only business created jobs in tal senso si devono creare le condizioni di mercato più favorevoli e meno costrittive affinchè la vita delle imprese sia prosperosa e priva di ostacoli sul loro cammino di crescita: in questo modo aumenteranno i posti di lavoro, aumenterà il gettito fiscale (vedi Curva di Laffer) e diminuirà la spesa federale per ammortizzatori e sussidi sociali. Un discorso simile o praticamente identico lo ha fatto Rajoy per la Spagna prima delle elezioni della passata estate: non mi risulta che sia stato attaccato dai media mondiali, anzi dalla UE ad esempio sono arrivati fior di endorsement.

Con l’obiettivo di rafforzare l’offerta petrolifera statunitense è stato dato il via libera definitivo al Dakota Access Pipeline, un oleodotto che attraverserà il Dakota del Nord, il Dakota del Sud, l’Iowa e l’Illinois, consentendo in questo modo di sfruttare anche parte dei ricchi giacimenti di sabbie bituminose del Canada. Obama aveva posto il veto in passato a causa del passaggio dell’infrastruttura sopra siti considerati sacri per alcune comunità indiane. La politica energetica di Trump per gli USA purtroppo potrebbe aggravare il cambiamento climatico mondiale in quanto la sua amministrazione ha intenzione di dare enfasi e rivitalizzare sia la vecchia industria del carbone quanto tutta l’industria dello shale oil statunitense già provata per il crollo delle quotazioni nel 2015. Proprio come l’Obama Care, sarà presto oggetto di revisione e limatura anche il Dodd Frank Act conosciuto istituzionalmente più come Wall Street Reform and Consumer Protection Act (voluto anche questo da Obama nel 2010): in estrema sintesi tale dispositivo di legge consente al Dipartimento del Tesoro di monitorare il rischio sistemico e lo stato dell’economia, promuovendo il controllo dei mercati oltre a stabilire una serie di regole sul controllo delle banche a carico della Federal Reserve. Su questo punto farà pesare molto il suo imprimatur l’attuale Segretario del Tesoro, scelto da Trump, Steven Mnuchin, key man di Goldman Sachs. Terminiamo questo primo redazionale sul nuovo governo statunitense, ricordando le parole di Steve Bannen, oggi il chief strategist della Casa Bianca, lo stesso che ha diretto e gestito tutta la campagna elettorale di Trump sino alla sua vittoria, il quale in più occasioni tramite i socials non smette di citare come the media is the opposition party ossia l’establishment mediatico attuale rappresenta di fatto il vero partito di opposizione e non pertanto il Partito Democratico.

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