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Viviamo di rendita

pubblicato in data 9 Ago 2012 | Scarica in PDF | Stampa |
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Premetto che per questo articolo devo ringraziare L.C. che a Malta di fronte a un aperitivo dissetante mi ha fornito lo spunto per scrivere questo mio nuovo redazionale: siamo in piena estate e ancora in piena crisi del debito sovrano europeo. Le autorità sovranazionali con un tempismo machiavellico guardano al nostro paese e si accorgono che oltre alla mole del debito pubblico vi è anche un lento e progressivo sfacelo e disintegrazione del potenziale economico italiano. Mentre la maggioranza degli italiani è in vacanza o è in procinto di partire, cercando di dimenticare la propria indignazione per quanto sta accadendo, passeggiando su qualche lungomare ingolfato di venditori extracomunitari, la classe politica italiana, o meglio quel poco che ne rimane, adesso inizia a proporre fantomatiche operazioni faraoniche o vessatorie nel tentativo di far rientrare il debito pubblico italiano di almeno qualche decina di punti percentuali in breve tempo. Emerge la proposta di un grande piano di dismissioni immobiliari a carico del patrimonio statale e demaniale, creando quindi le premesse per stroncare definitivamente il già moribondo mercato immobiliare italiano.
Oltre a questo si paventano super patrimoniali, riduzione degli enti locali, accorpamenti amministrativi e privatizzazione di servizi pubblici (in netto contrasto con il plebiscito del referendum di aprile 2011): la medicina che si vuole far ingerire all’Italia ricorda molto quella adottata dalla Thatcher durante il suo secondo mandato, di profonda ispirazione fridmaniana. In un momento così difficile il Parlamento italiano si ferma per la tanto attesa pausa estiva (in altre nazioni probabilmente farebbero gli straordinari anche il giorno di Ferragosto). I proclami di quello che resta della politica italiana si riassumono in tutti contro tutti e in un basta corale alla spending review e ad altre manovre di austerity. Dalla BCE arrivano sempre con il solito tempismo sospetto moniti ed allarmi sulla tenuta del sistema imprenditoriale della piccola e media impresa, sugli aumenti senza controllo delle sofferenze bancarie e sul solito rischio di contagio finanziario proveniente dalla Spagna. L’immobilismo politico europeo ormai sta facendo storia, sembra proprio che si stia aspettando il divampare di un incendio prima di intervenire con le pompe ad acqua. Pensate che adesso saremo in balia dei germanesi sino alla metà di settembre aspettando che si esprima la corte costituzionale sul funzionamento dello European Stability Mechanism.L’estate 2011 si appresta ad essere una delle caldi estati del nuovo decennio, ma anche il 2012 non scherza affatto, riproponendo le paure e i timori di una grande depressione per tutta l’Eurozona negli anni che ci attendono. Di questo infatti si parla poco, soprattutto in Italia, il focus mediatico è incentrato solo alla critica e al commento di questa o quella misura, continuando a ripetere come un mantra quando si uscirà dalla crisi (sempre se si uscirà). In vero un paese come l’Italia che ha vissuto di rendita in questi ultimi vent’anni beneficiando del lavoro e del risparmio di intere generazioni precedenti che hanno potuto contare su un clima economico costantemente in crescita e con un apparato statale molto protettivo ha ben poco da sperare di poter uscire dal tunnel. Le giovani generazioni sono la prova del nove di questa tesi: in Italia non abbiamo avuto fenomeni di protesta sociale al pari degli indignados proprio grazie alla sfera protettiva della welfamily (ovvero gli ammortizzatori economci che ha garantito la famiglia italiana ai suoi figli). Oggi per cambiare il paese in meglio ci vuole come ho avuto modo di ribadire in più occasioni solo un uomo forte al comando, un nuovo Lorenzo il Maginfico contro i poteri forti: nessun partito o coalizione riuscirà a rompere gli schemi protezionistici e conservatori delle centinaia di lobby che controllano il paese.

Chi ha il potere non lo vuole perdere, per nessuna ragione: i recenti episodi di province che chiedono a piccoli comuni di trasferirsi sotto la loro sfera per avere i requisiti territoriali che consentano di mantenere lo status di provincia rappresentano l’ennesima volta il marcio del costume italiano. Il mio orto è mio e non lo tocca neanche mio zio. Recentemente ho proposto l’istituzioni di nuovi strumenti di politica fiscale e monetaria (come la Health Tax e l’istituzione degli OTIF) con l’intento di fornire soluzioni pratiche di immediate realizzazione; le risposte arrivate hanno questa cantilena: sono proposte troppo audaci, questo è avanguardismo finanziario, non siamo in America, sono soluzioni che richiedono anni prima di poter essere applicate e cosi via. In sintesi non si vuole cambiare, si vuole continuare a vivere di rendita sino a quando sarà possibile. Il futuro pertanto che attende il paese è presto che segnato, chi ha risorse, competenze e denaro in qualche modo sopravviverà, gli altri saranno condannati, chi ha lavori mal pagati gestititi dalle nuove mafie (from China e Russia) che stanno lentamente invadendo la nazione, chi invece avrà lungimiranza e coraggio prenderà il primo aereo e andrà altrove a costruirsi un nuovo percorso di vita.

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