VIVIAMO IN OCLOCRAZIA

pubblicato in data 6 Set 2018 | Scarica in PDF | Stampa |
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Sin dai primi anni di formazione scolastica, almeno nelle economie occidentali, ti insegnano che la miglior forma di governo è la democrazia. Quest’ultima è anche la più giusta ed etica, ammesso che un adolescente abbia coscienza di tali vocaboli. Sino al quinto anno di formazione scolastica superiore è un mantra quotidiano: siamo in democrazia, viviamo in democrazia, ci governa la democrazia. Ovviamente se ci si limita a tale fazioso apprendimento, si passerà il resto della propria vita facendo tesoro di tali assunti retrogradi senza la minima e lecita vacillazione. Potere al popolo questa è la ricetta sensata per governare una nazione, vade retro invece aristocrazie e monarchie dei passati secoli. Secondo Aristotele, la miglior forma di governo in assoluto è rappresentata dalla politeia che non è facile nè da spiegare nè da tradurre in quanto trattasi di un concetto proveniente dal greco antico. Possiamo tuttavia per semplicità espositiva considerare che la nozione aristotelica di politeia identifica una forma di governo attribuita alla classe media in forza di un qualche inquadramento costitutivo. In politeia solo le persone che partecipano alla vita pubblica della polis possono essere le uniche titolate a governarla. Tale forma di governo è di fatto la migliore, secondo Aristotele, in quanto permette di conseguire stabilità ed il buon governo grazie proprio alle qualità del ceto medio benestante: quindi in definitiva poche persone, preparate e competenti, controllano e governano lo Stato nell’interesse di tutti.

Sempre lo stesso Aristotele ci mette in guardia sulla degenerazione dei costumi umani che possono portare a svilire e compromettere tali forme di governo: per questo esiste il rischio infatti di trasformare la monarchia in tirannia, l’aristocrazia in oligarchia ed infine la politeia in democrazia. Avete letto bene, aristotelicamente parlando, la democrazia è considerata una forma di governo degenerata. Secondo Aristotele la democrazia (potere al popolo) rappresenta il governo dei poveri sui ricchi, una forma di governo che può portare alla rovina ed al fallimento dello Stato in quanto il popolo è costituito per la maggior parte di persone poco abbienti e poco preparate, spesso con spirito di rivalsa nei confronti delle classi più agiate e colte. Per tale ragione la democrazia viene identificata anche successivamente alle opere di Aristotele con il termine di oclocrazia ossia il potere alle masse. Qualora un popolo si dimostri irragionevole e poco virtuoso, la democrazia rappresenterà la miglior forma di governo per produrre abbastanza velocemente il dissesto e la rovina dello Stato. Anche altri filosofi dell’epoca moderna hanno sovente considerato in forma negativa la democrazia: citiamo Kant con la sua celebre definizione di democrazia come tirannia della maggioranza. Pertanto sarebbe opportuno rendersi conto che la tanto sbandierata bellezza della democrazia in realtà rappresenta una menzogna da cui ci si dovrebbe prontamente liberare.

Paesi fortemente tecnocratici come ad esempio la Cina si guardano bene dall’imitare tale forma di governo in forza proprio dello scetticismo della loro stessa popolazione: quando si profilano scelte fondamentali (altrimenti dette impopolari) le democrazie odierne europee si trasformano quasi tutte in oclocrazie. Sul piano pratico questo significa quasi sempre prendere decisioni a breve termine evitando tutto quello che può essere dannoso e doloroso per il conseguimento del consenso elettorale. In Italia ormai siamo governati dalla oclocrazia da diversi decenni: aumento del debito pubblico per sostenere le prestazioni sociali, riforma delle pensioni in stile toccata e fuga, assistenzialismo sfrenato indistinto per tutti e per tutto. Tutto questo rappresenta un tipico segnale di degenerazione oclocrate. Tale forma di governo conduce purtroppo al precipizio visto che l’oclocrazia è incapace di riforme sostanziali. Sono generalmente le nazioni in cui la percentuale dell’elettorato anziano è in costante crescita quelle più a rischio di deriva oclocrate in quanto la preferenza per l’immediato aumenta con l’avanzare dell’età. Che tipo di interesse può infatti avere oggi un sentantenne in merito all’insostenibilità del debito pubblico italiano o per l’evoluzione delle dinamiche demografiche italiane le quali sono vitali per preservare le attuali rendite pensionistiche. La voluta non-gestione dell’immigrazione rappresenta un ulteriore esempio di deriva oclocratica.

Mettere mani alle pensioni ed alla spesa pubblica per rendere tali poste contabili sostenibili in paesi che sono in costante deficit demografico produce degli effetti devastanti sull’elettorato. Un esempio lo abbiamo visto con la Riforma Fornero in Italia (tralasciando la casistica degli esodati): le pensioni non si toccano, la spesa sociale non è in discussione, la revisione dei LEA (livelli essenziali di assistenza medica) è un taboo. L’alternativa pratica ed indolore è rappresentata dall’importazione di africani funzionalmente analfabeti. Almeno questo rappresenta l’idea di massima per l’attuale establishment che deve soluzionare il quadro macroeconomico nel breve termine senza indispettire più di tanto l’elettorato. Nel medio e lungo termine infatti gli esiti di tali scelte (follie) politiche sono altamente aleatori anche in termini di oneri sociali complessivi a consuntivo. Molto plausibile che si voglia conseguire anche un secondo risultato di più ampio respiro il quale ci conduca alla costituzione di un nuovo grande stato centrale europeo, una sorta di Stati Uniti d’Europa. Con un nuovo stato totalitario anche l’occlocrazia imperante di questi ultimi decenni sarà velocemente ridimensionata, potendosi sostituire con una efficente tecnocrazia di esperti. Tuttavia senza una certa eterogeneità culturale nella popolazione è difficile ottenere un buon funzionamento nel nuovo stato che si vorrà creare. Aiuta molto a comprendere questo passaggio sapere che nel passato tutte le repubbliche democratiche sono scomparse in presenza di elementi di eterogeneità. Proprio Aristotele ricordava: come non si forma uno stato da una massa qualunque di uomini, cosi nemmeno se ne forma uno in un qualunque momento del tempo.

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