GIG ECONOMY

pubblicato in data 18 Ago 2016 | Scarica in PDF | Stampa |

Quando si pensa alla prima rivoluzione industriale si immagina per sentito comune ad una invenzione tecnologica come la macchina a vapore di James Watt ed alle sue successive implementazioni pratiche come il telaio tessile o un locomotore per il trasporto ferroviario. Ricordo ancora come veniva semplicisticamente descritta questa fase storica dell’evoluzione umana nei libri di storia di scuola media: in vero la prima rivoluzione industriale scaturisce da un insieme di trasformazioni e mutamenti di natura socieconomica, allora epocali, che produssero le condizioni per il verificarsi di un salto quantico per l’umanità. Per convenzione sociale si utilizza l’invenzione della macchina a vapore dello scozzese James Watt, il quale in realtà si limitò a perfezionare il motore a vapore ideato da un ingegnere inglese dell’epoca, Thomas Newcomen, di fatto il vero padre della rivoluzione industriale. La macchina a vapore da sola non ha fatto la rivoluzione, ha necessitato della disponibilità di altri elementi endogeni ossia l’esistenza di notevoli capitali accumulati durante i decenni precedenti grazie ai fiorenti scambi mercantili inglesi ed alla presenza di miniere di ferro e carbone, facilmente trasportabili sui corsi d’acqua navigabili, che alimentarono l’emersione della siderurgia industriale inglese. Nell’immaginario collettivo si pensa all’introduzione della macchina a vapore per i primi utilizzi industriali, soprattutto nel settore tessile, come ad un momento di euforia ed affrancamento sociale, basta con il faticoso lavoro manuale, oggi abbiamo le macchine al nostro servizio: tuttavia le cronache di allora ci raccontano di tutt’altro clima.

Vi furono per anni movimenti, manifestazioni e fenomeni di protesta, anche con punte di conclamata violenza, nei confronti di queste nuove diavolerie tecnologiche, considerate il male assoluto per chi all’epoca lavorava proprio nel settore tessile. Prima dell’avvento dei grandi telai e dei grandi stabilimenti industriali, il lavoro di questo settore era prettamente di natura manuale con diversi milioni di individui, soprattutto di sesso femminile, che vi si adoperavano in qualità di cucitrici, tessitrici e filatrici. L’ingresso e l’impiego crescente del telaio tessile in quell’epoca rese inutili, costose e soprattutto obsolete in pochi anni quelle tipologie di lavori manuali. Quella convergenza storica di innovazioni tecnologiche e condizioni sociali produssero nei decenni successivi alcune trasformazioni sullo stile di vita umano che tutt’oggi possiamo ancora ritrovare come la nascita e l’avanzata della borghesia a discapito delle elite aristocratiche, ma soprattutto l’emersione del proletariato con tutto quello che questo a sua volta produsse. Nascita di quartieri poveri, degrado sociale, alienazione del proprio tempo per un misero salario, stile e qualità di vita pessima, se non addirittura malsana: pensiamo a chi abbandonava le campagne perchè obbligato a causa del fenomeno delle enclosures. Nonostante stiamo parlando di una storica epoca per il genere umano, il vivere di tutti i giorni era una sorta di incubo ovviamente per chi aveva mezzi limitati e poche risorse. Ci fa un quadro ben dettagliato di quella situazione, il romanziere inglese Charles Dickens attraverso i suoi vari successi letterari. Proprio la miseria di quel periodo storico, dovuta ad una rivoluzione tecnologica e ad un surplus di braccia inutili per il mercato del lavoro di allora, furono fonte di ispirazione anche per altri autori di successo mondiale come Marx ed Engels.

Durante il 1800 e l’inizio del 1900 si è provato in tutti i modi a regolare, equilibrare o ribilanciare questo nuovo assetto della civiltà umana, quasi tutto questo fosse lo stadio pupale per giungere ad altro: pensiamo rispettivamente a socialismo, comunismo e neocapitalismo, tuttavia senza alcun conforto pratico da parte di ognuno di loro (ricordiamo che il neocapitalismo è fallito il 15.09.2008). Oggi siamo molto distanti dalla prima rivoluzione industriale, cui nel frattempo si è avvicendata la seconda rivoluzione (l’era dei personal computer) ed anche la terza (l’era del world wide web). Il conto non si ferma qui perchè come è stato più volte evidenziato siamo entrati o stiamo entrando nella quarta rivoluzione industriale ossia l’internet delle cose: tutto il mondo connesso con tutto e con tutti. Questa quarta metamorfosi industriale sta anch’essa impattando nel nostro stile di vita e nei nostri livelli di reddito. Alcuni l’hanno chiamata pionieristicamente la gig economy ossia l’economia dei lavoretti, da non confondere con la sharing economy che rappresenta più un tentativo di contrastare lo strapotere di quello che resta del consumismo capitalistico in seguito alla grande crisi finanziaria del 2008. Smetti di fare parte di quel mantra turbocapitalistico produci, consuma, crepa e passa ad un livello superiore di coscienza condividendo i tuoi mezzi e le tue risorse assieme ad altre persone che a loro volta faranno lo stesso: questo tanto per non foraggiare il business di grandi multinazionali quanto per diffondere un maggiore senso di consapevolezza sull’uso e la condivisione delle risorse limitate del pianeta. I casi di Airbnb o BlaBlaCar rappresentano le killer application di questo periodo storico, ma sono appena la punta dell’iceberg, dietro loro ve ne sono migliaia che sono in piena gestazione e appena lanciate.

La gig economy è contigua alla sharing economy, nel senso che anch’essa di sviluppa grazie alle nuove infrastrutture e piattaforme digitali ed informatiche della quarta rivoluzione industriale. Sono invece esempi pratici della gig economy aziende come TaskRabbit o come Fiverr che permettono di monetizzare a chiunque determinate capacità professionali o disponibilità di tempo con un time to market praticamente immediato, bypassando il ricorso ai tradizionali ed antiquate metodiche di commercializzazione o distribuzione, spesso costosi in fase di avvio di attività ed in taluni casi non sempre disponibili a tutti. La gig economy permette pertanto di crearsi un mestiere ed anche una farsa di stipendio (o qualcosa che gli possa assomigliare vagamente) sfruttando il potenziale di contatto della rete e le modalità con cui queste attività vengono poi successivamente erogate o fruite. Un esempio pratico val piu di mille parole: il docente di ripetizione che insegna a distanza grazie alle video chiamate di Skype, il grafico freelance che riceve ordini e spedisce il suo lavoro di concept design per mezzo delle piattaforme di file sharing, il property room manager che gestisce la locazione di un immobile pubblicizzato su Booking.com, il traduttore di testi in lingua straniera, il baby sitter on-demand, insomma il cielo è il vostro limite. Li chiamano lavoretti (in inglese tasks, in americano gigs), tuttavia stanno creando una vera e propria economia parallela la cui dimensione è vista decuplicare come giro d’affari in pochi anni, creando anche non pochi interrogativi in numerosi ambiti applicativi (tassazione agevolata, tutela per l’utente, responsabilità professionali e cosi via).

In buona sostanza la gig economy è destinata a trasformare il mercato del lavoro tradizionale, anzi lo sta già trasformando in alcuni settori ed ambiti professionali, mettendo in discussione la sopravvivenza di moltissimi mestieri ed attività (magari un tempo ambiti). Pensiamo al taxista come in un precedente post già analizzato. Non si lavorerà più a tempo ma a risultato, si potrà per questo organizzare al meglio (in teoria) la propria giornata in pieno multitasking di ultima generazione: in pratica non esisterà più una separazione netta tra il tempo dedicato al lavoro e quello dedicato alla propria famiglia. Entro il 2020 scompariranno almeno il 40% dei mestieri attuali, alcuni di loro sono già oggi obsoleti ed inutili. Proprio come la prima rivoluzione industriale assisteremo nei prossimi anni a molta tensione sociale, chi infatti oggi espleta un mestiere obsoleto non vorrà farsi sostituire da una nuova tecnologia o peggio da una app che si interfaccia con i nuovi dispositivi mobili. Pensate a tal fine solo a tutta l’industria bancaria, cassieri, sportellisti e personale di front office che può essere tranquillamente paragonato alle cucitrici e tessitrici di oltre duecento anni fa. Proprio come allora si stanno creando le condizioni per un peggioramento delle condizioni di vita per il nuovo proletariato (quello che oggi possiamo chiamare generazione mille euro). Proprio come duecento anni fa aumenterà a dismisura il differenziale tra chi detiene molta ricchezza e chi invece è dotato di mezzi limitati, rivedremo una nuova lotta di classe, non più tra capitalisti ed operai, ma tra utenti dei big data assieme ai lavoratori della gig economy in contrapposizione ai grandi colossi dell’informatica e delle infrastrutture di rete che controllano il traffico di dati e l’accesso alla rete con tutte le sue varianti ed applicazioni. La qualità della vita per il nuovo proletariato peggiorerà ulteriormente proprio perchè diminuirà il tenore di reddito medio delle persone che lavoreranno come immersi in un’atmosfera di schiavitù surrogata nella tacita convinzione che quello stato delle cose sia propedeutico e temporaneo per arrivare ad altro di meglio. Proprio come duecento anni fa.

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