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Banche under pressure

pubblicato in data 9 Ago 2013 | Scarica in PDF | Stampa |
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Ha suscitato molto scalpore e sorpresa anche nei confronti del pubblico istituzionale una video pillola che ho postato a fine luglio sullo stato di salute del sistema bancario maltese, il quale è stato definito dalla Banca Centrale Europea come il più solvente all’interno di quelli dell’Unione Europea in area Euro. In sintesi tale giudizio scaturisce dalla qualità e quantità degli attivi detenuti delle cinque domestic banks (HSBC, Bank of Valletta, Banif, APS Bank e Lombard Bank) oltre al peso modesto (rapportato al PIL del paese) del totale di questi asset finanziari, circa il 200%, quando in Germania solo Deutsche Bank pesa oltre il 90% o la francese BNP Baripas grande più del PIL della Francia. Il decennio che stiamo vivendo sarà un decennio in cui gli istituti di credito saranno sempre più sotto i riflettori sia mediatici che finanziari per le ovvie difficoltà che attendono le economie avanzate e per il generale slowdown che caratterizzerà tutta l’economia mondiale. Purtroppo le banche, per quanto siano odiate o criticate, rappresentano ancora il propulsore della crescita economica e il dosatore della linfa vitale di ogni sistema economico, una sorta di cuore artificiale che pulsa per mantenere in vita l’organismo che le ospita.
Diventa naturale per ogni paese fare oltre modo il possibile affinchè lo stato di salute del proprio sistema bancario sia monitorato e rassicurante, o come si sente dire spesso, le banche soprattutto e sopra tutto. Se vi fermate a riflettere la Nuova Grande Crisi è iniziata proprio con un fallimento bancario di rilievo: Lehman Brothers il 15 Settembre 2008. Le conseguenze di portata mondiale, che paghiamo ancora oggi e continueremo a pagare nei prossimi anni, non si sono riversate solo sul tessuto produttivo ma hanno anche impattato profondamente sulla consistenza e integrità del risparmio gestito mondiale e non da meno sulla fiducia che piccoli risparmiatori ed investitori ripongono sulle istituzioni finanziarie. In questi ultimi quindici giorni la fiducia è ritornato un argomento caldo a seguito delle revisioni di rating e dei conseguenti downgrade che sono stati emanati il 24 Luglio da Standard & Poor’s su 18 banche italiane. La portata e consistenza di questi rating purtroppo non è stata sufficentemente commentata o discussa sul panorama mediatico italiano, forse per la visibilità e peso economico dei diretti interessati.
Nello specifico i recenti downgrade declassano numerose grandi banche italiane sullo scalino della BB ovvero la prima soglia dello speculative grade: Banca Popolare di VicenzaVeneto BancaBanca Popolare di MilanoBanca Popolare dell’Emilia Romagna e Banco Popolare. Rivisti al ribasso anche i rating (BBB-) di Ubibanca e Credito Emiliano, mentre Carige e Dexia Crediop rimangono sotto ossservazione in credit watch negativo. Ricordiamo che le due grandi, UniCredit e Intesa SanPaolo, sono in linea con il rating nazionale italiano ovvero BBB (ultima soglia della categoria investment grade). Sostanzialmente il messaggio che emerge è piuttosto preoccupante a fronte di un confermato e peggiorato outlook negativo per l’intero comparto bancario italiano, il quale secondo l’ultimo bollettino della Banca d’Italia evidenzia una ulteriore contrazione dei prestiti alle imprese e alle famiglie, a fronte  di una elevata percezione del rischio di credito da parte degli istituti bancari (la congiuntura economica sfavorevole continua infatti a incidere negativamente sullaqualità degli attivi).
Nonostante sia ormai compromessa la redditività economica, pur considerando le varie operazioni di razionalizzazione e ottimizzazione dei costi operativi (leggasi ridimensionamento degli organici), i maggiori gruppi bancari mantengono ancora una consistenza patrimoniale considerata solida. Questo almeno è quello che si evince dall’analisi dei vari ratios patrimoniali (Core Tier 1 oltre il 10%) e dai vari commenti che scaturiscono dal mondo bancario istituzionale. In via prudenziale, la mia view personale ritiene tuttavia opportuno alleggerire il più possibile la propria esposizione di portafoglio sia verso i bond bancari che verso l’equity bancaria, in particolar modo verso quella non quotata ufficialmente (mi riferisco alle banche che autodeterminano il valore delle proprie azioni). Gran parte degli investimenti convenzionali dei risparmiatori italiani (obbligazioni ed azioni bancarie, titoli di stato ed obbligazioni strutturate) è vicina ad un punto di non ritorno: tutto dipenderà dalla capacità del nostro paese di migliorare a breve il proprio rating finanziario oltre il proprio outlook economico. Al momento non si vedono o si conoscono oggettive motivazioni che lo possano far presupporre.

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