BITCOIN E PROTEZIONISMO

pubblicato in data 12 Lug 2018 | Scarica in PDF | Stampa |
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Se investi o hai investito in criptovalute, soprattutto verso la fine dello scorso anno, dovresti farti una domanda: sei un trader o un holder ? Vale a dire ti interessa la volatilità giornaliera delle criptovalute per aprire e chiudere in continuo operazioni di compravendita oppure hai una convinzione tattica di medio lungo periodo che ti motiva a detenere in via segregata la tua dotazione di altcoins selezionate perchè ritieni che nei prossimi anni rappresenteranno disponibilità finanziarie virtuali richieste al pari delle monete tradizionali. Quando pongo questa domanda ad alcuni miei colleghi le risposte che ottengo sono spesso evasive o inconsistenti: nè trader e nè holder, si mettono in portafoglio le altcoins perchè così fan tutti. In un mondo in cui il protezionismo è destinato a diventare di moda, obbligando le varie nazioni a fronteggiarsi a vicenda l’una con l’altra ed evidenziando l’incognita sulla crescita economica globale nel futuro, sembra che proprio le criptovalute possano ricavarsi un prezioso ruolo di riserva di valore, seppur in presenza di elevata volatilità. Sembra fantascienza questa visione tuttavia proviamo a comprendere tale assunto che ha invero una sua origine accademica. In ambito mondiale stiamo assistendo all’inizio di una nuova guerra fredda, questa volta non militare, ma commerciale. Tutti contro tutti, è il mantra di Donald Trump. Il suo governo ha una missione strategica ormai ben definita ossia limitare e contrastare l’ascesa economica cinese riportando invece gli States ad un ruolo di egemonia economica planetaria.

Contingentamento delle importazioni, dazi doganali e limitazioni ai flussi di immigrazione: tali forti decisioni di politica economica possono paradossalmente permettere di riconsiderare tutte le criptovalute. Proprio queste ultime ad esempio permetteranno di aggirare i pagamenti dei vari embarghi commerciali tanto negli States quanto in Asia. In tal senso si deve vedere la recente apertura della Korea del Nord con il Governo Trump: nel paese asiatico infatti si concentra notevole potenza computazionale per l’attività di mining del Bitcoin. Fatalità altre nazioni che sono state colpite da embarghi commerciali hanno lanciato una propria altcoin di stato, si veda il caso russo, e venezuelano. Persino in Cina si sta ipotizzando il lancio di una criptomoneta di stato con lo scopo di dare appoggio e sostegno finanziario a determinati settori industriali che saranno colpiti dai dazi doganali. Sulla carta sappiamo che nel beve termine la faida commerciale tra Cina de USA farà più male alla prima che alla seconda, tuttavia nel lungo termine nessuno è in grado di fare proiezioni veramente attendibili. A dare suffragio a questo possibile nuovo scenario monetario vi è anche la decorrelazione del mondo crypto con quello convenzionale: quando l’euro, l’oro o i mercati azionari correggono violentemente per notizie improvvise legate alle nuove dinamiche di mercato, le criptomonete rimangono invece immuni da tale contagio quasi indifferenti. Purtroppo si muovono per adesso per altre tipologie di notizie come le decisioni di regolamentarle o i mega furti che colpiscono qualche exchange.

Lo stesso si può dire per l’aumento dei tassi di interesse o i cambiamenti delle varie politiche monetarie occidentali. In tal senso il mondo crypto è neutrale alle vicende finanziarie e politiche mondiali, anzi una loro destabilizzazione o mutazione giova vivamente proprio alle altcoins. In questi primi sei mesi dell’anno abbiamo visto il mondo del Bitcoin cambiare significativamente la propria genetica, la correzione (se non il crollo autentico) che ha caratterizzato le quotazioni di tutte le criptomonete ha riportato alla realtà tutti i piccoli e poveri illusi che hanno creduto alla favola del pifferaio magico: metti 5.000 dollari sul Bitcoin e in poco tempo ti ritroverai con un milione di dollari. Questo era il leit motiv della scorsa estate. La continua discesa delle quotazioni viene narrata richiamando l’uscita in equity negativa di tutte queste persone che lentamente smobilizzano le loro posizioni. Chi sta operando pertanto adesso ? Ce lo dice l’analisi della massa monetaria che evidenzia come oltre sei milioni di Bitcoins siano detenuti da circa 2.000 smart investors (holders). Stiamo parlando di 1/3 della massa monetaria di Bitcoin attualmente in circolazione. Sono conti decisamente pesanti che partono da un minimo di 1.000 pezzi arrivando sino a 10.000 unità di conto. Per chi non lo sapesse un secondo terzo è utilizzato per il trading online e qualche altro servizio online soprattutto in Asia ed infine l’ultimo terzo è andato completamente perduto (soggetti che lo hanno minato o acquistato nel passato e che ora non detengono piu le chiavi di accesso al proprio wallet).

Nelle altre altcoins il quadro è decisamente più illuminante, infatti si arriva anche al 70/80% dell’intera massa monetaria detenuta da pochissimi soggetti, generalmente società di investimento private ed indipendenti. Pertanto i prezzi che vediamo nei vari exchange rappresentano di fatto scambi tra controparti veramente modesti (da non confondere con la capitalizzazione del mercato). Questo ci porta a desumere che nonostante siamo innanzi ad un cambiamento tecnologico secolare almeno sul fronte degli usi e consuetudini monetarie la maggior parte della massa monetaria delle altcoins in circolazione è detenuta con finalità di riserva di valore strategico. In tal senso l’originaria missione di convertirsi in mezzi di pagamento rappresenta ancora una favola per i bambini dell’asilo. Dovrebbe far riflettere solo la concentrazione dell’attività di mining alla faccia della neutralità ed indipendenza visto che solo per il Bitcoin il 90% delle transazioni viene minato da un manipolo di grandi soggetti privati, fatalità più della metà si trovano ubicati in Asia. Tra le tante ipotesi stravaganti che sorreggono il sentiment di mercato abbiamo anche quella che vuole alcuni governi di nazioni asiatiche quali possibili detentori di ingenti depositi di altcoins in veste strategica proprio per aggirare le limitazioni doganali e commerciali imposte dal Governo Trump. Se ci pensiamo un attimo, l’escalation mediatica delle criptovalute ed il rally dello scorso anno sono successivi all’insediamento di Trump il quale sin dall’inizio ha sempre dichiarato che sarebbero iniziate le ostilità contro tutte le altre grandi nazioni della Terra.

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