Nubi all’orizzonte

pubblicato in data 7 Ago 2014 | Scarica in PDF | Stampa |

Gli effetti del passaggio di consegne tra Hu Jintao a Xi Jiping, nuovo presidente della Cina da Marzo 2013, non si sono fatti aspettare. La trasformazione industriale del paese voluta dalla Segreteria del Partito Comunista sta producendo i suoi effetti sul PIL il quale sta subendo un conseguente rallentamento. Attenzione a non fraintendere, la Cina cresce sempre con progressione imponente, ma non più con un tasso a due cifre come ci aveva abituati. La nomenclatura comunista ha raccolto la sfida e si sta apprestando ad accompagnare il Dragone nel decennio della transizione, in cui la produzione industriale deve passare da quantitativa a qualitativa. Insomma basta con la Cina concepita solo come la grande fabbrica del mondo in cui la manodopera è priva di qualifica e sotto pagata. Il Partito Comunista vuole trasformare la Cina degli ultimi dieci anni in un paese con una stabile crescita dei consumi interni e con la capacità di attrarre investimenti esteri per le attività di ricerca e sviluppo. Non mancano tuttavia le perplessità e le paure degli operatori istituzionali che già due anni fa ipotizzavano un possibile hard landing per l’economia cinese. Con questo termine si suole definire la delicata fase di aggiustamento delle variabili macroeconomiche a seguito di un eccesso di crescita prodottasi negli anni precedenti. La Cina al momento non mostra né segnali di nuova propulsione economica ma nemmeno di criticità o possibile caduta, almeno questo è quello che lascia intendere, ben sapendo di come gran parte dei dati macroeconomici debbano passare per la luce verde del Partito prima di essere divulgati. Da questo punto di vista vi sono sempre più rumors di mercato che allertano di una possibile crisi del credito dalle dimensioni imponenti: lo sviluppo del mercato del credito in rapporto all’evoluzione del PIL negli ultimi cinque anni fa rabbrividire. In sintesi quello che è avvenuto negli USA in epoca precrisi in cui l’accesso al credito è stato alla portata di tutti senza tante remore sulla bontà ed entità degli affidamenti, è stato riprodotto con caratteristiche simili anche in Cina grazie agli interventi delle autorità monetarie e politiche che hanno permesso a famiglie ed imprese di attingere a quelle risorse finanziarie cui la stessa crisi in Occidente impediva di far circolare.

Dal 2008 il debito di famiglie ed imprese rapportato al PIL è lievitato da un 100% ad oltre un 170% di inizio 2013. Quello che preoccupa di questo ammontare di debito privato nominale è la cosiddetta percentuale attribuibile ai NPL (non performing loans). In Italia con questo termine si suole indicare la dimensione dei crediti deteriorati ovvero la quota di debito che presumibilmente non verrà pagata per varie ragioni come fallimenti societari o insolvenze personali. Questa quota in percentuale infatti, causa la poca trasparenza del governo cinese, diventa di difficile quantificazione. In Italia la percentuale di credito deteriorato sul totale degli impieghi supera il 13%, supponiamo che in Cina questa percentuale rappresenti la metà del dato italiano, quindi un 6% di deterioramento su oltre 13.000 miliardi di USD di impieghi (170% del PIL cinese) che potrebbero determinare un importo a rischio di oltre 800 miliardi di USD. Esattamente quanto scucirono i banchieri della FED per salvare l’America dopo il crash di Lehman Brothers. Un’altra chiave di lettura arriva dalla World Bank che stima per i seguenti paesi le seguenti percentuali medie di NPL sul totale degli impieghi, riferite comunque ai dati del 2012, decisamente prima del tapering: Irlanda 19%, Grecia 17%, UK 7%, USA 4%, Spagna 5%, Germania 5%, Francia 4% e Cina 1%. A questo punto possiamo ipotizzare due scenari: il primo presuppone un consolidamento degli USA con conseguente ripresa della propria economia la quale diventa motore di crescita mondiale grazie all’effetto traino sulle altre economie occidentali. Parallelamente l’Europa riesce a risolvere il proprio impasse interno e trasmette trazione ulteriore alla crescita mondiale di cui trae beneficio proprio la Cina in qualità di grande esportatore di beni di consumo. Il secondo scenario ipotizza invece un’Europa che entra in deflazione e si trascina dietro i paesi emergenti che vedono contrarsi il proprio potenziale di export. In Cina questo contribuisce a far esplodere la crisi del debito privato che impatta profondamente sulla stabilità e volatilità dei mercati finanziari segnando l’inizio di una nuova grande recessione su scala globale. Al momento entrambe le ipotesi hanno probabilità di potersi verificare.

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