WE FIGHT FOR AFRICA

pubblicato in data 1 Nov 2018 | Scarica in PDF | Stampa

Mentre gli europei pateticamente guardano all’Africa come una terra di minaccia per le invasioni barbariche che da essa vengono genialmente programmate e supportate dall’establishment sovranazionale, la Cina sta mettendo in opera una progressiva campagna di colonizzazione con l’obiettivo di vincere nei confronti di USA ed Europa. Ne abbiamo fatto menzione anche in precedenti redazionali, i prossimi 25 anni saranno cinesi, il mondo sarà cinese e presto anche l’egemonia sull’economia mondiale. Per fare questo si deve immaginare il dominio del mondo come una partita a scacchi dove ogni mossa è studiata per giungere allo scacco matto, spesso anche confondendo volutamente il tuo avversario. Il governo cinese spende ogni anno miliardi e miliardi di dollari per contrastare l’opinione pubblica creata dai mezzi di comunicazione occidentali, in Africa operano due entità governative che gestiscono la comunicazione con tali finalità, la China International Television ed il China Africa Development Fund. Quest’ultimo è un fondo di private equity cinese che ha lo scopo di stimolare gli investimenti in Africa da parte delle imprese cinesi attive nell’energia, nelle infrastrutture, nell’uso di risorse naturali e nella produzione industriale. Proprio questo braccio operativo del governo cinese è diventato anche azionista di rilievo di Indipendent News & Media, una società sudafricana specializzata nella stampa di quotidiani in tutto il continente africano.

La Cina non solo investe in Africa in infrastrutture e strategiche aziende industriali, ma investe anche per migliorare la propria immagine di nazione, contrastando i dannosi stereotipi che i media occidentali trasmettono alle genti africane. Per conseguire a questo risultato è stata appositamente creata nel 2012 una divisione continentale della televisione cinese chiamata con molta fantasia China Global Television Network con sede in Kenya da dove trasmette in tutta l’Africa. La stessa cosa hanno fatto il China Daily, il noto quotidiano cinese redatto in lingua inglese, e l’agenzia di informazione, Xinhua, che potrebbe essere considerata la rivale della britannica Reuters. Per rendersi molto convincenti e ben accolti, queste due media company che rispondono al Partito Comunista Cinese di Pechino hanno scelto di avvalersi di giornalisti e reporter africani. Possiamo dire senza tante elucubrazioni che questi ultimi non sono liberi di scrivere senza limitazioni. Anzi, quanto notoriamente accade in Cina, si verifica anche in Africa, o meglio nei mezzi di comunicazione che sono alle dipendenze indirette del Partito Comunista. Inchieste ed approfondimenti sui diritti umanitari, sulle libertà individuali e sulla ricerca della verità subiscono sempre piu’ spesso vere e proprie censure editoriali volte a non far trapelare notizie poco edificanti sul gigante asiatico.

Per questo motivo i media cinesi in Africa hanno rappresentato con un proprio taglio editoriale, poco condivisibile dalla stampa occidentale, le recenti cadute politiche di due dittatori africani come Robert Mugabe in Zimbabwe e Omar Al Bashir in Sudan, nonostante entrambi fossero stati accusati di crimini contro l’umanità e genocidio dall’ONU. Ricordiamo che la Cina è il primo acquirente di greggio del Sudan ed il primo investitore estero in Zimbabwe. Quando alcune notizie possono mettere a rischio gli interessi cinesi in Africa le agenzia di stampa se ne guardano bene dal farlo: per questo motivo gli altri mezzi di comunicazione non soggetti all’influenza cinese parlano manifestamente del rischio di deriva autocrate che possono avere molte nazioni in cui sono presenti ingenti investimenti cinesi. Dopo essersi liberati dall’ingerenza coloniale soprattutto inglese, in tal senso si pensi al ruolo che ha avuto il Commonwealth britannico, ora si avverte il rischio di un nuovo colonialismo per opera del governo cinese. Sempre Pechino per promuovere la propria visione del mondo (rileggetevi One Belt, One Road) organizza e sostiene economicamente le spedizioni di formazione e scambio culturale nei confronti di giornalisti africani che vogliano incontrare altri giornalisti e formatori cinesi dai quali attingere notizie e informazioni sugli investimenti cinesi in Africa oltre che sulla stessa storia cinese.

L’opera di programmazione e controllo delle informazioni che vengono veicolate nelle nazioni africane in cui la Cina ha investito strategicamente con un’ottica di lungo periodo arriva ad avere la sua massima espressione anche sulle telecomunicazioni. Non si tratta infatti di esportare solo capitali e tecnologia per le infrastrutture ma anche tecnologia digitale per la censura, soprattutto nei paesi in cui internet sta iniziando ad avere una diffusione cospicua grazie agli smartphone di ultima generazione. I governi di numerosi stati africani hanno infatti siglato partnership strategiche con il governo di Pechino al fine di poter applicare letteralmente la censura ad alcune notizie o contenuti fruibili su internet, in particolar modo arrivare a bloccare operativamente le principali piattaforme di interazione sociale come Facebook, Twitter e WhatsApp. Ciò che deve destare preoccupazione è rappresentata dal fatto che sono stati proprio gli stessi governi africani a richiedere il sostegno e supporto tecnologico alla Cina al fine di conseguire il controllo delle informazioni nei rispettivi paesi in modo da garantire la stabilità e rafforzamento del governo nei confronti di formazioni politiche antagoniste o dissidenti, le quali hanno già apertamente dichiarato la loro ostilità nei confronti della lenta penetrazione cinese in Africa volta a produrre una egemonia quasi totalitaria sulle principali scelte strategiche in politica economica.

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