IL CAPITALE CULTURALE

pubblicato in data 21 Giu 2018 | Scarica in PDF | Stampa |
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L’importazione di manodopera non qualificata, spesso analfabeti funzionali, conduce all’autodistruzione dello stato sociale inteso quest’ultimo come un complesso sistema di protezione sanitaria e previdenziale che avvolge ogni individuo appartenente almeno in termini etnici ad una nazione. Da ormai cinque anni sta andando in scena in Europa il programma Migration Replacement ideato dall’ONU alla fine degli anni Novanta con lo scopo di soluzionare il deficit demografico interno e ringiovanire la popolazione europea. L’obiettivo nel medio termine dovrebbe essere quello di garantire la sostenibilità finanziaria degli attuali meccanismi di previdenza ed assistenza sanitaria i quali non potranno reggere entro i prossimi dieci anni a parità di scenario sociale e dinamiche dei conti pubblici. Attenzione che questo vale tanto per la Germania quanto per l’Italia. Il crollo delle nascite e l’aumento della speranza di vita producono inevitabilmente il default finanziario di una nazione che intende mantenere e preservare l’essenza e l’intera struttura dello stato sociale per come lo si conosce e lo si sfrutta alla data odierna. La strada intrapresa ossia l’importazione in massa di genti africane non qualificate il cui imprinting sociale è ancora strettamente correlato alla cultura tribale non rappresenta l’unica soluzione percorribile per gestionare l’attuale crisi demografica, la quale deve comunque essere considerata transitoria e passeggera.

Il miglioramento della qualità di vita produce infatti anche una modificazione del comportamento riproduttivo: vero che si fanno meno figli rispetto al passato, ma con un livello di istruzione superiore unitamente ad una minore mortalità. Probabilmente stiamo assistendo ad una fase di transizione che porterà ad un nuovo assetto demografico l’intera società umana verso un equlibrio più sostenibile sul lungo termine in termini di impronta ecologica complessiva. Come si diceva, la soluzione adottata dall’establishment europeo a trazione teutonica ha lo scopo esclusivo di preservare e proteggere l’attuale status quo politico. Garantendo (in teoria) le attuali protezioni sociali al proprio elettorato si potrà cosi anche mantenere e consolidare il proprio potere politico e soprattutto la propria sopravvivenza politica. Pensateci un momento chi voterebbe nuovamente un partito che propone l’alzamento dell’età pensionabile, l’abbassamento dei coefficienti di conversione delle rendite pensionistiche e la fruizione dei livelli essenziali di assistenza sanitaria correlati al tenore di reddito o meglio ancora al proprio stato di salute (del tipo più sei sano e meno paghi). In sintesi pertanto si importano africani per garantire la sopravvivenza della attuale classe dirigente politica che in questo modo può evitare di revisionare e modificare profondamente l’assetto dello stato sociale tanto gradito all’elettorato. Purtroppo tale strada forse risolve nel breve termine il problema, almeno dal punto di vista quantitativo: se mancano essere umani allora li importiamo da un’altro paese.

Mentre nel lungo termine produce inesorabilmente la fine dello stato sociale, proprio quello che si vuole preservare con tali espedienti coatti. L’aumento dei costi di assistenza ed integrazione sociale unitamente ad un abbassamento della produttività produrranno infatti le condizioni economiche e sociali che porteranno al default finanziario le varie nazioni europee incapaci di riuscire a far fronte ai propri impegni. La Germania è il principale responsabile in tal senso di quanto sta accadendo: il modello di gestione delle frontiere con porte aperte a tutto tondo è indotto dalle spiacevoli e vergognose vicende che hanno caratterizzato la sua storia politica durante la seconda metà del secolo scorso. Pertanto questo lassismo politico può essere visto come una forma di espiazione delle colpe attribuite alla sua popolazione che ora cerca di redimersi da quell’indelebile passato fallimentare. Per fare questo la Germania accetta di annichilire e svilire il suo capitale culturale incitando a fare lo stesso anche le altre nazioni europee: della serie rinunciamo alla nostra identità culturale come europei ed annacquiamola il più possibile con etnie africane tribali al fine di conseguire un meticciato afroeuropeo privo di identità e ricchezza culturale specifica. Attenzione che questa view è solo teutonica, tuttavia imposta anche alle altre nazioni europee. Vi sono altre nazioni che rigettano e rifiutano senza esitazione tali soluzioni per gestire l’impasse demografico. Il Giappone (terza economia mondiale) che non viene mai citato dai media in tal senso ha scelto in chiave strategica di difendere ad ogni costo il proprio capitale culturale rifiutando di mischiarsi con altre etnie asiatiche.

Questo scaturisce dalla consapevolezza che la demografia umana si sta modificando in forza di una trasformazione dell’intera società umana e pertanto la crisi demografica rappresenta solo una fase temporanea fino a quando la società non si sarà stabilizzata con nuovi driver di crescita più sostenibili nel medio e lungo termine. Mentre in Europa per la scelleratezza teutonica, l’idea che sta dietro le quinte è proprio quella di portare alla nascita degli Stati Uniti d’Europa ma non dal punto di vista politico quanto etnico, clonando esattamente quanto ha fatto l’America con gli schiavi africani. Nonostante l’emancipazione economica e sociale successivamente accordata a tali etnie importate da un altro continente ancora oggi appare evidente il fallimento conclamato di quell’esperimento sociale: la conflittualità e rivalità sociale tra bianchi caucasici ed afroamericani sembra insanabile. All’uopo pertanto i vantaggi di un continente europeo in questo modo africanizzato sarebbero indubbi, non di certo per le sue genti di etnia europea autoctona. Quanto piuttosto per la sopravvivenza e prosperità dell’establishment sovranazionale europeo il quale in presenza di nazioni europee impoverite, o peggio, private del loro capitale culturale e con popolazioni bastardizzate diventerebbero molto più deboli e facilmente gestibili sul piano della governance politica sovranazionale. In tal senso si potrebbe finalmente (per loro) iniziare ad implementare con successo la centralizzazione tecnocratica dei centri di potere trasformando la Vecchia Europa in un continente di patetici consumatori succubi delle multinazionali e schiavi del debito in mano alle nuove istituzioni finanziarie che nasceranno a fronte di fusioni ed incorporazioni tra entità bancarie e finanziarie transnazionali.

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