LA NUOVA GUERRA FREDDA

pubblicato in data 21 Feb 2019 | Scarica in PDF | Stampa |

Se siete nati agli inizi degli anni Sessanta o anche durante i Settanta, avrete sicuramente memoria di quando sin dai primi anni di scuola elementare si sentiva parlare del pericolo e rischio di una esplosione atomica. Ricordo che nel mio caso in classe si fantasticava su chi avesse un rifugio antiatomico, di quanti milioni di lire costasse e a quanti kilometri ti dovevi trovare per sopravvivere in caso una nazione ostile avesse lanciato un missile nucleare. Erano gli anni della Guerra Fredda, un periodo storico in cui si contrapponevano due modelli di sviluppo economico tra di loro antitetici, il capitalismo degli Stati Uniti ed il comunismo dell’Unione Sovietica (URSS per la precisione). Durante quell’epoca di fatto si è concepita la possibilità di soccombenza dell’umanità in caso di ricorso alle armi nucleari da parte di Washington o Mosca. Uno straordinario film, War Games, con Matthew Broderick, uscito nel 1983, faceva comprendere a tutti gli adolescenti di allora che cosa fosse in gergo militare il termine DEFCON (defense condition) e quali possibili scenari si sarebbero potuti concretizzare qualora una delle due super potenze avesse per prima lanciato una testata verso l’altra. Nel 1962 questo possibile scenario catastrofico era prossimo alla
sua manifestazione, quando Cuba (allora schierata con l’Unione Sovietica) decise di installare dei missili nucleari pronti al lancio contro gli Stati Uniti, quando questi ultimi organizzarono di forma clandestina un tentato golpe per far decadere il governo di Castro.

Si trattava dell’Operazione Mangusta voluta da John Kennedy di cui tuttavia si parla diffusamente in un altro film molto istruttivo, JFK di Oliver Stone uscito nel 1993. Tornando a noi, oggi l’idea di un’aggressione nucleare non passa di mente a nessuno, tanto meno la necessità di costruirsi un rifugio nucleare sotto la terra del proprio giardino. La Guerra Fredda termina ufficialmente con la dissoluzione dell’Unione Sovietica, simbolizzata dalla caduta del muro di Berlino nel 1989. Sono passati trent’anni da allora, eppure adesso ci troviamo nuovamente in piena guerra fredda. Una nuova guerra fredda. Non più con quello che resta dell’Unione Sovietica, ma con un nuovo player planetario più risoluto e poderoso, la Cina. Il tutto è iniziato con una spocchiosa faida su pretese e questioni doganali tra i due paesi, ma mese dopo mese, ha assunto connotati ben più preoccupanti, pensiamo infatti solo all’arresto del chief financial officer di Huawei in Canada su pressing statunitense per presunto spionaggio industriale. Rispetto alla prima guerra fredda, questa volta è tutto alla luce del sole con l’opinione pubblica che viene aggiornata sistematicamente. Non si tratta più infatti di Kennedy che dialoga segretamente con la CIA per invadere Cuba, ma di Trump che apertamente rende edotto il popolo americano sui rischi per la sicurezza nazionale imputabili alla tecnologia cinese. Per questo motivo Huawei, Tencent, ZTE & Company sono considerate pericolose proprio come lo erano le testate nucleari che poteva vantare l’Unine Sovietica durante gli Sessanta e Settanta.

Proprio di questo si è parlato durante il recente Forum di Davos: la guerra commerciale si è ormai trasformata in una nuova guerra tecnologica. Washington teme infatti che l’avanzata dei colossi tecnologici cinesi, soprattutto nel settore delle telecomunicazioni, possa minacciare il dominio delle grandi imprese statunitensi nel mondo. Per renderci conto di questo basta pensare che ormai Huawei ha superato Apple e si appresta ad attaccare il primato mondiale della koreana Samsung. Non si tratta comunque solo di ranking mondiale, è lo stesso business model della Silicon Valley che rischia di essere compromesso nel futuro. Tutta l’area di San Francisco si basa infatti su una delicata alchimia in cui innovazione, ricerca e sviluppo convivono osmoticamente con l’industria finanziaria privata. Pensiamo ad esempio a come è stato finanziato Zuckerberg da Pieter Thiel. Alla Silicon Valley si contrappone la Zona Economica Speciale (ZES) di Shenzhen in cui hanno sede giganti del calibro di Tencent, Foxxcon e ovviamente Huawei: che possono contare sulla protezione statale ed il costo della manodopera che rappresenta una variabile di costo politico e non economico. In definitiva si tratta di uno scontro tra due business model: quello statunitense basato sull’iniziativa privata e quello cinese coordinato e regolamentato dallo stato. Proprio come trent’anni fa si scontravano capitalismo e comunismo, solo che questa volta vince chi ha la migliore dotazione tecnologica e non la migliore dotazione militare. La Cina di Xi Jinping entro il 2025 investirà 300 miliardi di dollari per rafforzare e sviluppare i seguenti settori economici: industria aerospaziale, robotica, biotecnologie ed informatica.

Capite benissimo che noi italiani non abbiamo alcuna speranza innanzi ad un potenziale economico di questa portata: saremo ricordati nei libri di scuola proprio come gli etruschi con la loro ascesa e successivamente rovinosa caduta. Anche Washington teme per se stessa: si tratta infatti di un cambio di governance geoeconmica mondiale, una minaccia per la sopravvivenza degli Stati Uniti d’America ed il Washington Consensuns. Il caso Huawei obbliga le nazioni a schierarsi, proprio come nella Guerra Fredda, in tal senso rappresenta una faida geopolitica. Il caso Huawei frena gli investimenti in tecnologia, il senso di incertezza invita gli apportatori di capitale di rischio ad attendere tempi migliori o la risoluzione della crisi. Il caso Huawei mette un freno al 5G, una tecnologia di ultima generazione per le reti mobili necessaria per sviluppare tanto le internet of things (IOT) quanto le automobili a guida autonoma. Il 5G darà avvio ad una nuova rivoluzione industriale che modificherà la società, il lavoro e lo stile di vita. Huawei è leader mondiale nello sviluppo delle reti 5G, per questo motivo gli Stati Uniti hanno richiesto a Canada, Regno Unito, Australia, Germania e Francia di bandire il gigante cinese per l’istallazione delle reti nei rispettivi paesi in quanto Huawei rappresenta una minaccia per la sicurezza nazionale. Per questo motivo Angela Merkel ha richiesto durante il forum di Davos la creazione di una nuova authority mondiale, sullo stile della NATO, che possa esprimersi su questioni di importanza vitale per una nazione come la sicurezza, l’utilizzo e l’interazione delle nuove tecnologie e piattaforme digitali.

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