TURCHIA LA DO VIA

pubblicato in data 30 Mag 2019 | Scarica in PDF | Stampa |

Rappresenta un tema di investimento che sta arrecando diversi dispiaceri preoccupazioni a decina di migliaia di investitori italiani che hanno investito in obbligazioni sovranazionali emesse in lire turche. I tre emittenti sovranazionali principali sono BEI (Banca Europea degli Investimenti), EBRD (Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo) ed infine la World Bank (Banca Mondiale), si annoverano nelle loro emissioni presenti e passate dozzine e dozzine di prestiti obbligazionari emessi in lire turche, che hanno attirato l’attenzione dei piccoli investitori anche italiani in quanto consentono di avere la massima garanzia sulla solidità del debitore (Rating AAA), interessi a tasso fisso che spesso vanno anche oltre il 10% ed infine, ed anche questo conta, una fiscalità agevolata in quanto le cedole obbligazionarie sono tassate al 12.5% invece che al 26%. Ovviamente la vulnerabilità di questa tipologia di investimenti è rappresentata dall’esposizione al rapporto di cambio tra euro e lira turca, che durante il 2018 ha subito una pesantissima svalutazione a causa della crisi macroeconomica che ha colpito la Turchia in conseguenza delle nuove imposizioni doganali che ha introdotto Trump sulle esportazioni turche. Il 2018 è stato l’annus horribilis per Ankara, l’economia turca è stata la peggiore a livello mondiale: il mercato azionario è crollato di oltre il 40% e la lira turca è arrivata a perdere anche il 60% del proprio valore contro la moneta unica durante la passata estate.

Questo scenario ha impattato duramente sulle obbligazioni sovranazionali emesse in lire turche, arrivando a portare l’investimento in territorio notevolmente negativo: discesa delle quotazioni e diminuzione del controvalore in euro in caso di vendita anticipata rispetto alla naturale scadenza. Potrebbero essere proprio le emissioni di obbligazioni sovranazionali in lire turche a fornirci tuttavia una chiave di lettura fuori dal coro per comprendere l’improvvisa crisi valutaria innescata lo scorso anno (in pieno agosto) e che di recente si è nuovamente intensificata. Andiamo per gradi e proviamo a comprendere che cosa sta succedendo con il fine di rispondere alla fatidica domanda che si stanno ponendo i detentori di tali bonds sovranazionali: che faccio con l’obbligazione ? la tengo o la do via accettando di capitalizzare la perdita ? La Turchia si trova esposta a due tensioni geopolitiche, una con gli Stati Uniti e l’altra con l’Unione Europea vista la volontà del Governo di Erdogan di mantenere una presenza militare strategica in Iraq ed in Siria. Il 2019 potrebbe essere addirittura un anno peggiore del 2018 proprio nella seconda parte dell’anno infatti dovranno essere rimborsate obbligazioni in valuta forte (euro e dollari) per quasi 20 miliardi di dollari, soprattutto nel quarto trimestre con oltre 10 miliardi di dollari di bonds emessi in dollari.

Per dare un metro di paragone considerate che durante l’ultimo trimestre del 2018 ed il primo del 2019 i bonds in dollari in scadenza da rimborsare ammontavano ad appena 4 miliardi ed altrettanto lo erano quelli in euro. Nello stesso periodo di tempo le obbligazioni che scadevano in lire turche invece ammontavano a 10 miliardi di dollari in controvalore. Nella seconda parte del 2019 i bonds in lire turche in scadenza ammontano a nemmeno 2 miliardi di dollari in controvalore. Questo vi fa capire quanto è delicato il momento che dovrà affrontare il Governo di Erdogan visto che tale debito in valuta forte rappresenta una bomba con la miccia accesa a fronte di una inflazione che non accenna ad arrestarsi, ad una crescita economica che è passata dal 7% al 3% e ad un deficit delle partite correnti trasformato in una variabile impazzita. Per il 2020 la crescita turca è vista addirittura asfittica con un allarmante 0.8% secondo le ultime proiezioni di Moody’s. Lo sviluppo economico che ha avuto la Turchia negli ultimi quindici anni durante la guida di Erdogan è stato largamente basato sul ricorso al debito per investimenti infrastrutturali ed espansioni commerciali delle grandi imprese turche. Questa mole di debito è stata contratta per la maggiore in valuta forte (soprattutto dollari) pertanto in assenza di una nuova politica monetaria turca che porti stabilità al rapporto di cambio appare dubbia la capacità del paese di far fronte ai propri impegni: attenzione a non confondere la solvibilità della Turchia con quella delle autorità bancarie sovranazionali.

Per questo motivo i bonds sovranazionali sono stati colpiti da un sell-off incondizionato, pur riconoscendo la solidità del debitore, in quanto la possibilità di una continua svalutazione monetaria trasforma un investimento obbligazionario alla stregua di un investimento azionario con la sua tipica volatilità e rischiosità. L’inflazione è diventata per questo motivo il principale tema di discussione all’interno del panorama politico turco in quanto la frenata dei consumi interni sta producendo un effetto amplificatore della recessione in atto. Lo scenario politico inoltre non appare affatto confortante visto che il partito di Erdogan (Justice and Development Party) ha perso alle recenti elezioni amministrative il controllo di Ankara e Instanbul, le due principali città della penisola anatolica. Le elezioni politiche in tal senso rimangono ancora distanti per favorire un cambiamento alla governance politica della nazione. Molto probabile aspettarsi un ulteriore indebolimento della lira turca durante la seconda metà dell’anno, in assenza di misure eccezionali varate dalla Banca Centrale Turca. Chi detiene scadenze con rimborsi oltre il 2020 dovrebbe a questo punto accettare l’idea di capitalizzare la perdita ed uscire dal mercato per posizionarsi su altri bonds sovranazionali in valuta emergente con maggiore potenziale di rivalutazione come il rublo russo o il real brasiliano. Una strategia alternativa potrebbe essere quella di mantenere la posizione obbligazionaria sino alla scadenza andando tuttavia ad investire il flusso finanziario delle cedole in asset class molto rischiose come etf azionari sui paesi emergenti o addirittura un piccolo paniere di altcoins di terza generazione a media capitalizzazione.

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