LE ORIGINI DELLA XENOFOBIA

pubblicato in data 23 Mag 2019 | Scarica in PDF | Stampa |

Negli ultimi due anni in Italia, ma anche in altre nazioni europee, la quasi totalità della narrativa politica all’interno dei contenitori mediatici nazionali si è incentrata sul tema della xenofobia, quest’ultimo richiamato sempre più spesso dai giornalisti radical chic per vituperare qualsiasi ideologia politica che non sia in sintonia con il main stream della sinistra progressista. Quando non si è in grado di contestare dialetticamente qualsiasi pensiero di ideologia liberale che faccia comprendere quali siano le effettive conseguenze di una immigrazione di massa non qualificata ecco pronta la risposta da parte del conduttore o del moderatore televisivo: lei è uno xenofobo. Accade sempre più di frequente, quando un esponente politico diventa ingombrante o difficile da sminuire, ecco la risposta del mondo radical chic: lei è uno xenofobo. Sempre la televisione con i suoi talk show condotti da pariolini addomesticati ha sdoganato questo termine da ormai più di cinque anni: se fate mente locale e tornate indietro al 2010, converrete che difficilmente si menzionava questo vocabolo, e probabilmente la maggior parte dell’opinione pubblica nemmeno sapeva che cosa fosse. Dopo la caduta di Gheddafi nel 2011 questo vocabolo inizia ad essere presente nel vivere quotidiano degli europei e soprattutto degli italiani a causa della crisi immigratoria che caratterizza tutta la costa africana che si affaccia sul Mediterraneo.

Se chiedete oggi a qualcuno che cosa significa il vocabolo xenofobia vi sentirete rispondere che rappresenta una avversione generica ed indiscriminata nei confronti degli stranieri. Se inoltre chiedete la provenienza ossia l’origine etimologica di questo vocabolo, la maggior parte degli interpellati vi risponderà che deriva dall’unione di due parole greche ossia “xeno” (straniero) e “fobia” (paura). Anche questo rappresenta una ingegnosa manipolazione mediatica dell’establishment sovranazionale. Tanto per cominciare xenofobia non deriva dal greco, nel senso che questo termine non l’hanno coniato gli antichi greci, che oltretutto avrebbero avuto anche la possibilità di farlo vista la paura che avevano per i persiani ed i romani. Significa che sul piano etimologico non esiste e non esisteva alcun testo scritto in cui tale parola (effettivamente formata dall’unione di due termini di origine greca) fosse mai stata pronunciata o concepita. Pertanto la paura dello straniero (xenofobia) non rappresenta un termine con almeno due millenni di vita propria, cosa che invece hanno i termini “filosofia” o “democrazia”, i quali risultano espressamente citati in innumerevoli opere di poeti, filosofi e scrittori dell’antica Grecia. Xenofobia è un termine decisamente molto giovane in tal senso, con appena cento anni di vita, letteralmente inventato da uno scrittore francese nel 1901.

Stiamo parlando di Jacques Francois Thibault il quale tra l’altro è stato insignito del Nobel per la Letteratura nel 1921. All’interno di un suo romanzo, Monsieur Bergeret à Paris, appare per la prima volta al mondo il termine “xenofobia” tanto che la stessa Enciclopedia Treccani cita l’origine etimologico del termine dal francese “xenophobie”. Questo scrittore e critico letterario, conosciuto più con lo pseudonimo di Anatole France, conobbe il successo editoriale con svariate opere tutte di stampo classicistico, mettendosi apertamente in contrasto con il pensiero letterario di Emile Zola (sostenitore del naturalismo). La sua opera principale è rappresentata dalla tetralogia (quattro romanzi) sulla Storia Contemporanea di Francia che descrivono la società francese con le sue miserie ed ipocrisie di allora. Il quarto romanzo (Monsieur Bergeret à Paris) è incentrato sul famoso Affare Dreyfus. Proviamo a spiegarlo con semplicità senza addentrarci troppo nella complessa vicenda di quel tempo. Alfred Dreyfus è stato un capitano ebreo dell’esercito francese accusato di alto tradimento da un tribunale militare francese. Tale accusa a distanza di anni si dimostrò tuttavia infondata. Dreyfus fu all’inizio accusato di aver fornito informazioni militari sensibili ad un ufficiale prussiano: la guerra con la Prussia era terminata nel 1874 ed aveva visto la disastrosa sconfitta della Francia che nel frattempo era stata anche invasa proprio da quest’ultima.

Dreyfus era figlio di un un ricco industriale ebreo originario dell’Alsazia, regione ceduta dalla Francia alla Prussia di Bismark come bottino di guerra nel 1870: il Parlamento Europeo ha una seconda sede proprio a Strasburgo, capitale appunto dell’Alsazia. Dreyfus, sposato con la figlia (Lucie Hadamard) di un ricco ebreo commerciante di diamanti, riesce a fare carriera nell’esercito francese nonostante non sia ben visto nell’ambiente militare proprio per il fatto di essere un giudeo. Nel 1894 viene misteriosamente e senza alcuna avvisaglia incriminato per spionaggio grazie ad una sapiente opera di falsificazione documentale da parte di terzi successivamente identificati: il corpo del reato era rappresentato da una lettera indirizzata ad un ufficiale prussiano firmata (sembrava) proprio da Dreyfus. Viene perquisito, arrestato, condannato, degradato militarmente e nel 1895 deportato ai lavori forzati sull’Isola del Diavolo (Guyana Francese). La moglie di Dreyfus è convinta che sia stato architettato un complotto nei confronti del marito e pretende la riapertura del caso. Nel frattempo la stampa francese, controllata e sovvenzionata da potenti famiglie di origini ebraiche, inizia una intensa campagna di riabilitazione di Dreyfus invitando molti intellettuali radicali a schierarsi per la proclamazione di innocenza di Dreyfus. Nel 1897 lo scrittore francese, Emile Zolà, pubblica su Figarò un articolo sulla certezza di innocenza di Dreyfus asserendo che egli sia stato vittima di un complotto militare.

L’anno successivo nel 1898 appare nel quotidiano L’Aurore la petizione degli intellettuali francesi rivolta al Presidente della Repubblica di Francia affinchè venga revisionato il processo contro Dreyfus: lo firmano pittori, scultori, professori e scrittori, tra cui anche Jacques Tibault ossia Anatole France. Proprio quest’ultimo all’interno del suo romanzo di cui abbiamo fatto prima menzione, conia per la prima volta al mondo il termine francese di xenophobie, letteralmente inventandoselo, per descrivere il clima di antisemitismo che regnava in Francia durante quell’epoca e che alimentava pertanto l’ostilità nei confronti degli ebrei e delle loro attività. Lo scandalo Dreyfus divise in quell’epoca l’opinione pubblica in innocentisti e colpevolisti nella società francese e quanto accaduto all’ebreo Alfred Dreyfus fu di grande rilevanza e riflessione per un altro ebreo, Theodor Herzl, avvocato di origini ungheresi trasferitosi a Parigi in qualità di corrispondente per il giornale Neue Freie Presse, che ebbe tra l’altro la possibilità di seguire e studiare da vicino tutto l’Affare Dreyfus. Proprio Herzl, attraverso i suoi scritti, diede risalto al livello di antisemitismo presente in tutta la società europea: nel 1896 pubblicò il Der Judeenstat (Lo Stato Ebraico) facendo comprendere ai governi degli allora stati europei l’importanza di creare uno stato ebraico per sottrarre gli ebrei alle persecuzioni antisemite. A lui è attribuita l’idea originaria di fondare lo Stato di Israele all’interno dei territori della Palestina.

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