PARLIAMO DI TURISMO

pubblicato in data 12 Set 2019 | Scarica in PDF | Stampa |

Anche se oggi faccio tutt’altro, professionalmente ed imprenditorialmente parlando, le mie prime esperienze di lavoro sono state strettamente legate al turismo, inizialmente come operatore in attività ricreative (leggasi dee jay animatore e successivamente capoanimatore) ed in seguito al termine del percorso di studi universitario anche come docente nelle scuole superiori di economia e tecnica del turismo. Inoltre ho potuto beneficiare di numerose esperienze di formazione professionale avendo vissuto e lavorato all’estero per oltre dieci anni in due paesi che hanno messo il turismo al primo posto nella loro agenda politica in forza del ruolo strategico che riveste questo specifico settore economico. Non possiamo dire purtroppo lo stesso per l’Italia, la quale nonostante i vari proclami politici, si distingue per un comportamento pratico decisamente aberrante. Esaminiamo alcuni aspetti di valenza politica: il turismo, almeno politicamente parlando, non ha mai interessato nessuno in Italia, lo comprendiamo analizzando storicamente la sua trattazione politica. Nel 1959 viene istituito il Ministero del Turismo e dello Spettacolo dal Governo Segni (il padre di Mario Segni), viene mantenuto in vita sino al 1993 quando il referendum indetto dai Radicali lo abroga definitivamente. Da allora il turismo è stato gestito come un dipartimento della Presidenza del Consiglio in cui vari governi lo hanno aggregato ad altri settori o aree presumibilmente stratgiche.

Ricordiamo il Dipartimento per lo sviluppo e la competitività del turismo durante il Governo Prodi del 2006 assegnato a Francesco Rutelli, successivamente passato di mano a Michela Brambilla nel 2008 durante l’ultimo Governo Berlusconi. Nel 2012 il Governo Monti si occupa di accorparlo al Dipartimento per gli affari regionali, il turismo e lo sport guidato allora da Piero Gnudi (ex presidente di Enel) e successivamente nel 2012 il Governo Letta ne trasferisce le competenze al Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo guidato da Massimo Bray (laureato in Filosofia e direttore generale dell’Enciclopedia Treccani). Nel 2018 assistiamo all’ennesimo passaggio di mani con il primo Governo Conte il quale si fa artefice della riassegnazione del turismo in favore del Ministero delle politiche agricole alimentari, forestali e del turismo affidandone la guida a Gian Marco Centinaio (laureato in Scienze Politiche e consigliere comunale di Pavia nonché politico di rilievo in seno alla Lega Nord). Infine il secondo Governo Conte annuncia che il turismo sarà riassorbito durante il suo secondo mandato nuovamente dal Ministero per i beni e le attività culturali, nel frattempo che questo si verifichi rimarrà in seno al MIPAAFT il quale è attualmente guidato da Teresa Bellanova, bracciante e sindacalista con il titolo di studio di licenza delle scuole medie. Possiamo dire con certezza che il turismo in Italia non ha un ruolo strategico in ottica di governo nazionale: lo si capisce dalle varie nomine politiche, tutte in assenza di competenza professionale in materia e soprattutto dai continui passaggi di mano quasi come a volerlo dimenticare in un cassetto.

Soprattutto lo spessore professionale delle nomine dovrebbe far riflettere di come in Italia non si voglia platealmente nominare persone competenti in materia di turismo. Proviamo a capire tuttavia il peso di questo settore sull’intera economia nazionale. Ci viene in aiuto il rapporto annuale sull’Italia redatto dal World Travel and Tourism Council al quale si deve l’ideazione del Tourism Satellite Accounting, vale a dire una metodologia di calcolo per identificare i contributi diretti, indiretti ed indotti che apporta il settore turistico ad una intera nazione. Ad esempio la costruzione di un hotel impatta su diversi fronti: l’aumento della capacità ricettiva, l’aumento del gettito delle imposte indirette dovuto agli ospiti che graviteranno sulla struttura, l’aumento dell’occupazione diretta ed indiretta che gravitano sull’hotel, l’aumento di beni e servizi che inducono il funzionamento dell’hotel e cosi via discorrendo. In sintesi estrema il Tourism Satellite Accounting rappresenta uno strumento statistico per rappresentare il fenomeno del turismo, domestico e internazionale, in coerenza con la contabilità nazionale in modo da valutarne la dimensione economica complessiva. Nel 2018 il contributo totale del turismo all’economia italiana è stato di 227 miliardi di euro, pari al 13% del PIL con un incremento di quasi il 2% rispetto al 2017. Sul versante occupazionale sono impiegati direttamente ed indirettamente oltre 3,4 milioni di persone, i quali rappresentano il 15% di tutti gli occupati in Italia.

Il contributo del turismo al PIL in Italia è il più elevato in Europa dove la media si attesta ad un 10%, ad esempio il turismo nella tanto decantata Francia produce appena il 9% del PIL. Questi dati tuttavia cozzano con un’altra realtà piuttosto aberrante, il basso appeal turistico del Paese nel ranking mondiale in rapporto al suo potenziale turistico. Il World Tourism Organization infatti colloca l’Italia al quinto posto dietro rispettivamente a Francia, Spagna, Stati Uniti e Cina per numero di turisti internazionali: in dieci anni l’Italia ha perso due posizioni facendosi scavalcare da Spagna e Cina. Altrettanto interessante risulta l’analisi dei top earners ossia i paesi che più ci guadagnano con il turismo di matrice internazionale: troviamo l’Italia in sesta posizione dietro a Stati Uniti, Spagna, Francia, Thailandia e Regno Unito. Sempre analizzando i dati pubblicati annualmente scopriamo che il turismo in Italia cresce progressivamente ma decisamente meno rispetto ad altri paesi concorrenti come Francia e soprattutto Spagna. Le motivazioni che sono state formulate in merito a questa sottoperformance sono attribuibili a più fattori: in Italia i flussi di incoming turistico sono concentrati solo in alcune specifiche località (Roma, Milano, Venezia, Firenze e Rimini sono in pole position), inoltre l’offerta turistica italiana è troppo dipendente dal mare oltre che essere soggetta ad una elevata stagionalità.

In Italia la gestione del turismo è soggetta al ridondante ed ingombrante coinvolgimento di troppi ministeri che impediscono di fatto la creazione di una regia unitaria del potenziale turistico italiano. Il turismo a livello istituzionale vive di proclami ed intenzioni didascaliche piuttosto patetiche in quanto esageratamente focalizzate sull’aspetto culturale dell’appeal italiano il quale ha un risibile impatto economico sull’intero settore. I cugini spagnoli hanno invece adottato un approccio più manageriale al loro potenziale turistico ponendo sin dall’inizio degli anni Novanta il turismo come settore strategico per l’intera economia nazionale. Non è un caso che sia stata adottato infatti un marketing della destinazione incentrato sulle 4S ossia sun, sea, sand and sex. La Spagna pur non avendo più una propria compagnia di bandiera (Iberia si è fusa con Britsh Airways nel 2010) ha sviluppato alleanze strategiche con i principali vettori aerei europei per intercettare il turismo che cerca oltre al sol y playa anche la gastronomia, lo shopping ed il night life. In Italia tutto questo non viene assolutamente concepito. La Spagna ha sviluppato dal 1990 la cultura dei golf resort concepiti non solo come località di villeggiatura, ma anche come opportunità per delocalizzare la propria vecchiaia attirando pensionati da tutte le nazioni nordiche europee. Infine una riflessione: la Spagna ha 27 catene alberghiere, l’Italia appena due, pertanto in assenza di una lobby dei principali attori di mercato solo una nuova authority nazionale concepita come unica cabina di regia può fare la differenza in Italia. L’importante che sia gestita da managers del settore turistico e non da qualche politico parcheggiato dal partito di turno al governo.

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