LE LEGGI SULL’IMMIGRAZIONE

pubblicato in data 5 Dic 2019 | Scarica in PDF | Stampa |

Alla fine degli anni Settanta in Italia vi erano meno di 400.000 immigrati, tutto sommato un quantitativo di individui non autoctoni che non creavano alcun tipo di fastidio e che tanto meno avevano pretese dallo stato sociale o dalle istituzioni costituzionali. Ricordiamo che in quell’epoca internet e la globalizzazione non erano ancora stati concepiti. Per avere un primo segnale di disagio sociale in Italia dovuto ad una immigrazione di massa non qualificata dobbiamo andare all’inizio degli anni Novanta, nel 1991 per la precisione, quando il Bel Paese era interessato da fenomeni di immigrazione clandestina provenienti dall’Europa Orientale piuttosto che dal Nord Africa. Qualcuno forse ricorda ancora cosa accadde in Italia a seguito della caduta del regime comunista in Albania alla fine del 1990. In particolar modo il mercantile Vlora arrivato nel porto di Bari nell’estate del 1991 con quasi 20.000 albanesi che scappavano dalla loro terra in cerca di fortuna nella vicina Italia. Dopo quello specifico episodio il tema dell’immigrazione diventa un argomento di sensibilità politica in relazione al mood dell’opinione pubblica. Per capire l’immigrazione in Italia è doveroso fare un excursus ai provvedimenti legislativi che sono stati adottati dai vari governi negli ultimi tre decenni.

Partiamo pertanto dalla Legge Martelli del 1990 che rappresenta un primo tentativo di normare e vigilare il fenomeno dell’immigrazione clandestina stante il clima di instabilità politica e socioeconomica che aveva contraddistinto l’Europa con la caduta del comunismo nel 1989. La Legge Martelli, che porta il nome di Claudio Martelli, esponente del Partito Socialista e Ministro di Grazia e Giustizia durante l’ultimo Governo Andreotti, aveva come obiettivo quello di definire e regolamentare lo status di rifugiato politico ed il diritto di asilo politico ad esso collegato. La legge inoltre definiva la programmazione dei flussi di ingresso per gli stranieri comunitari in base alle necessità occupazionali del Sistema Paese e le modalità di espulsione dei clandestini o dei soggetti considerati pericolosi. La Legge Martelli in buona sostanza iniziava a normare il fenomeno dell’immigrazione clandestina di massa e definiva anche le sanzioni e le pene per determinati reati particolarmente considerati sensibili per l’opinione pubblica di allora come appunto l’immigrazione clandestina. Per la modalità e tempistica di approvazione è considerata ancora oggi essere stata una legge concepita per una situazione emergenziale in Italia.

La Legge Martelli proprio per questo motivo ha una vita tutto sommato breve in quanto nel 1998 viene sostituita dalla nuova Legge Turco Napolitano, chiamata così perchè voluta dai ministri Livia Turco e Giorgio Napolitano, rispettivamente Ministro per la Solidarietà Sociale e Ministro degli Affari Interni. Le Legge Turco Napolitano aveva lo scopo di regolamentare l’immigrazione da piu punti di vista: modalità di acquisizione della cittadinanza, modalità di espulsione di un immigrato clandestino, diritto al trattamento sanitario e istituzione dei centri di permanenza temporanea (CPT), successivamente ridenominati CIE (Centri di Identificazione ed Espulsione), i quali hanno la funzione di accertare l’identità di clandestini trattenuti in vista di una possibile espulsione o anche di trattenere persone in attesa di un’espulsione certa. Sul piano politico la Legge Turco Napolitano scaturisce come impianto normativo anche a seguito degli accordi di Schengen del 1995, quando in tutta Europa si adotta una politica migratoria comune tra tutti gli stati dell’Unione Europea. In buona sostanza la legge Turco Napolitano integra e modifica in alcuni punti il precedente assetto normativo della Legge Martelli, ampliando pertanto la sfera d’azione complessiva delle istituzioni.

Anche questa legge ha un vita di breve respiro in quanto nel 2002 viene modificata ed integrata per intervento della Legge Bossi Fini, la quale definisce le modalità di espulsione con accompagnamento alla frontiera, le modalità di rilascio di un permesso di soggiorno legato ad un lavoro effettivo, inasprisce le pene per i trafficanti di esseri umani, arrivando anche ad abilitare le navi della Marina Militare per contrastare il traffico dei clandestini. In estrema sintesi pertanto la Bossi Fini rende più difficile l’ingresso e il soggiorno regolare degli stranieri e riforma in senso restrittivo la disciplina dell’asilo politico. Dall’analisi di questi tre testi normativi possiamo comprendere che in due decenni la gestione dell’immigrazione in Italia è sempre stata affrontata con un approccio empirico, vale a dire che la necessità di normare il fenomeno avviene solo dopo la manifestazione dello stesso. Tutti i tre provvedimenti sopra citati infatti intervengono a modificare o tentano di migliorare quanto precedentemente già normato nella constatazione oggettiva di come manchi una visione complessiva a livello nazionale su tale fenomeno, che purtroppo viene gestito ed analizzato più per interessi di consenso politico che per effettive esigenze economiche cui l’Italia purtroppo non sembra essere capace di controllare. Per questo motivo avrebbe piu senso ormai concepire e riscrivere un nuovo testo unico per discilplianre l’immigrazione a fronte delle mutate condizioni socioeconomiche delle nazioni africane antistanti il Mar Mediterraneo.

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