QUELLI DELLA PROSTITUZIONE

pubblicato in data 1 Ago 2019 | Scarica in PDF | Stampa |

Partiamo da lontano: in Italia prostituirsi è lecito, nel senso che non esiste una norma dello Stato che vieta di farlo, risultano invece vietati esplicitamente i bordelli ossia le case di appuntamento in quanto è considerato reato lo sfruttamento della prostituzione ed il suo favoreggiamento. Per questo motivo esistono specifici luoghi controllati da terzi in cui prostituirsi è vietato come gli hotel, le case da ballo ed i circoli di intrattenimento: paradossalmente ci si può prostituire senza alcuna particolare soggezione (se non quella morale) lungo una strada pubblica o nella propria abitazione. Dobbiamo ringraziare per questo aberrante assetto normativo la Senatrice Angelina Merlin (detta Lina), la prima donna ad essere eletta al Senato della Repubblica nel lontano 1948 tra le lista del Partito Socialista nel collegio elettorale di Rovigo, essendo nativa di Chioggia: pertanto il suo cognome si pronuncia con l’accento sull’ultima vocale, e non nella prima come fanno i patetici giornalisti radical chic italiani per darsi una qualche aria da intellettuale. Per chi non lo sapesse, durante il ventennio fascista, la Merlin è stata anche una militante antifascista al fianco di noti partigiani come Sandro Pertini e Filippo Turati (fondatore del Partito Socialista Italiano): in più occasioni fu arrestata per insubordinazione ed attività sovversiva, tanto che alla fine venne anche condannata al confinamento in Sardegna nel 1926.

Prende parte a numerose azioni paramilitari organizzate dalla Resistenza arrivando a dare vita all’organizzazione Donne Italiane Unite. Per questo motivo quando termina la Seconda Guerra Mondiale, in forza della sua militanza partigiana viene eletta nel 1946 all’Assemblea Costituente, l’organo legislativo preposto alla stesura della Costituzione Italiana. Proprio dalla militanza partigiana scaturisce la sua avversione per le case chiuse, considerate come luoghi di svago dove i giovani fascisti potevano avere le prime esperienze con il gentil sesso, visto che una donna in quell’epoca non poteva avere rapporti sessuali fuori del matrimonio. La Legge Merlin, approvata dal Parlamento di allora nel 1958 e tuttora vigente, rappresenta il peggior disposto normativo in Europa in materia di controllo e legalizzazione della prostituzione: di questo in televisione ci si guarda bene del farne menzione, in quanto la vetusta legge è ancora oggi fortemente appoggiata da movimenti di sinistra estrema, ambienti cattolici ed associazioni di nazifemministe che sostengono di difendere invece in senso la lato la donna e la sua libertà. Il risultato della legge Merlin è visibile agli occhi di tutti, soprattutto bambini in tenera età: la prostituzione si esercita alla luce del giorno lungo le strade o peggio in appartamenti privati in zone prettamente residenziali, senza alcun controllo sanitario da parte di nessuna authority.

Questo fenomeno purtroppo ha assunto proporzioni ormai incontrollabili grazie alle follie politiche sulla gestione dei flussi di immigrazione clandestina di questi ultimi dieci anni: proprio il vuoto legislativo che ha creato la Legge Merlin ha permesso l’aumento spropositato delle prostitute che esercitano sulla strada in Italia, metà delle quali sono straniere provenienti principalmente da tre distinte aree geografiche: l’area sovietica, quella balcanica e quella subsahariana. Proprio la voluta mal gestione dell’immigrazione favorisce la prostituzione minorile forzata in forza del traffico di esseri umani provenienti dalle coste africane. In Italia si stimano che siano attive circa 90.000 prostitute, metà delle quali come già detto sono straniere: probabilmente il numero deve ritenersi molto superiore considerando anche le nuove frontiere di questo settore che utilizza anche la rete come strumento di adescamento. Risulta pertanto anche dubbio il potenziale volume d’affari stimato molto sommariamente tra i 4 ed i 5 miliardi di euro, dai quali in teoria si potrebbe ottenere forse un miliardo di euro di gettito fiscale se fosse istituito un qualche inquadramento giuridico. Da questo punto di vista infatti la prostituzione non è facile da tassare in presenza di soggetti che la svolgono a titolo privato: immaginate infatti chi vorrebbe avere una ricevuta fiscale per aver trascorso qualche momento di appagamento sessuale con una prostituta, ma anche con un gigolò visto che la prostituzione esiste anche al maschile per soddisfare il pubblico femminile.

Paradossalmente invece sono proprie le prostitute, non tutte, ma una quota rilevante che vorrebbero pagare le tasse e versare i dovuti contributi previdenziali per garantirsi una pensione quando si ritireranno dal mondo del lavoro. La Corte di Cassazione nella nota sentenza 10578 del 2011 ha delineato la rilevanza fiscale della prostituzione esercitata in forma autonoma sostenendo che deve essere soggetta ad IVA in quanto configurata come una prestazione di servizio verso corrispettivo. Stando addirittura alle interpretazioni di tale disposto si potrebbe ipotizzare anche il codice attività ATECO 93.29.90 che identifica le attività di intrattenimento e divertimento non comuni. Una cosa è certa: se fosse tassata in forma ordinaria come le altre attività professionali il livello di evasione fiscale sarebbe abnorme, visto che le prestazioni sono ovviamente pagate per contanti per comprensibili ragioni di privacy (di entrambe le parti). Per questo motivo per tassare la prostituzione avrebbe più senso istituire una sorta di licenza amministrativa con un onere predefinito da rinnovarsi su base annua, con obbligo di controllo sanitario periodico. Le prestazioni si dovrebbero pagare per contanti, i quali a loro volta dovrebbero essere versati periodicamente (ad esempio ogni 15 giorni) su un conto corrente dedicato all’attività. La tassazione colpirebbe il totale dei corrispettivi versati con una percentuale ragionevole (forse il 15%), consentendo anche l’adesione alla previdenza nazionale tramite la gestione separata. Non esisterebbero obblighi di tenuta della contabilità se non quelli legati ai versamenti del contante che scaturisce dalle prestazioni erogate. Gli unici che avrebbero da perderci sono le organizzazioni criminali che gestiscono il racket della prostituzione non su base volontaria.

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